In Fear – di Leremy Lovering (2013)

Solo una manciata di registi al mondo riesce a incutere terrore con poco, molti dei quali sono grandi Maestri del passato, autori di classici come “Nosferatu”, “M-Il mostro di Düsseldorf “, “Rosemary’s baby”, “Psycho”, “Shining”, “Profondo Rosso” e pochi altri. Capolavori in cui basta una tenda che si muove, il fruscio del vento tra gli alberi, una risata improvvisa nel buio pesto o lo stridere sinistro di una porta che si apre, per raggelarti. Sono questi i film “di paura”, basati, al contrario di horror e splatter, sul suggerire e sul far intuire, invece che sul mostrare apertamente, e capaci di instillare nello spettatore una costante sensazione di pericolo e insicurezza, grazie anche a strategici “cave canem” disseminati per tutto il racconto, allo scopo di mantenerlo in uno stato di tensione per tutta la durata del film. E’ un’abilità non da tutti e a cui molti registi moderni non sono interessati (è diffusa infatti la tendenza opposta: mostrare sempre di più, ai limiti del sopportabile, spingendo l’asticella del consentito sempre più in alto, tipico dei cosiddetti torture-porn e dei film d’exploitation) ma, a sorpresa, ho ritrovato questa peculiarità in un thriller recente, “In Fear”, diretto e sceneggiato dal regista televisivo Jeremy Lovering, qui al suo debutto sul grande schermo.

IN FEAR – LA TRAMA

La trama è essenziale e ordinaria, ma il suo punto di forza è l’essere giocata tutta su attese e sospensioni: Tom (Iain De Caestecker) e Lucy (Alice Englert) sono due giovani innamorati diretti a un Festival della musica ma, prima di arrivarci, si perderanno nelle claustrofobiche e labirintiche campagne irlandesi, scoprendo ben presto di esser spiati e seguiti da una presenza minacciosa, che si divertirà a tormentarli, costringendoli a scendere a patti con le loro paure e le loro angosce segrete, facendo a pezzi i loro nervi e devastando la loro psiche, in una sadica ed estenuante “caccia al topo”, dove l’automobile diventerà l’unico rifugio. Ma anche una trappola mortale .
In Fear” non è che questo: un ottimo thriller psicologico che non ha bisogno di sangue, scene gore ed effetti speciali estremi per turbare: le sole atmosfere, create grazie a una straordinaria padronanza della macchina da presa e alla tetra fotografia di David Katznelson, riescono perfettamente nell’intento, avvolgendo lo spettatore in una morsa opprimente e impossibile da allentare.
La pellicola, girata in tempo reale per dar modo agli attori di esprimere reazioni più genuine e realistiche (a nessuno di loro il regista ha fatto leggere la sceneggiatura), ha raccolto critiche entusiaste al Sundance Film Festival 2013 ed è stata distribuita in Gran Bretagna lo scorso autunno, riscuotendo lo stesso successo anche da parte del pubblico. 

Gli amanti di intrecci, azione e colpi di scena potrebbero rimanere delusi: non succede nulla, o quasi, per tutto il film, ma la carica di tensione e ansia, che viene alimentata in un crescendo senza fine, è il miglior risultato che un regista di horror-thriller possa desiderare ed un’occasione ghiotta per chi è alla ricerca di adrenalina pura.
Nelle mani di un regista mediocre questo film si sarebbe rivelato un flop di una noia mortale, ma Lovering si dimostra un vero professionista, dal talento sorprendente, a conferma dello stato di ottima salute del cinema horror indipendente britannico, sempre molto attento alla psicologia dei personaggi e a veicolare messaggi pedagogici, sociali o politici. Dopo aver visto “In Fear”, che in Italia uscirà direttamente in home video (ma va?), sarà difficile girovagare in auto di notte, lungo strade desolate, senza venir colti da quell’inquietudine, sotterranea ed indefinibile, che solo i cineasti inglesi sanno suscitare con tanta efficacia.

IN FEAR – TRAILER

Eliana Romano