Él (Lui): la recensione del film di Luis Buñuel (1953) con Arturo de CordobaDelia GarcésAurora WalkerLuis BeristáinCarlos Martínez Baena, Manuel DondéRafael Banquells e Fernando Casanova. Il film è stato presentato in concorso al Festival di Cannes 1953.

La prima sequenza di questo film si svolge in chiesa, durante la lavanda dei piedi, in occasione del giovedì santo. Francisco, un quarantenne ricco e profondamente tradizionalista, resta colpito dai piedi di una sconosciuta, tanto da invaghirsene all’istante. La donna se ne rende conto e resta turbata dall’evidente reazione dell’uomo alla sua vista. Dopo averla rincorsa senza successo, incontrata nuovamente in chiesa e seguita di nascosto, scopre che la giovane è fidanzata con un suo amico, Raoul. Ma Francisco non si dà per vinto e invita la coppia a un ricevimento nella sua sontuosa villa. Qui farà di tutto per conquistare Gloria, questo il nome della donna, fino a quando lei non cede alla sue avances. Ma solo dopo aver lasciato Raoul e aver sposato Francisco si rende conto del grave errore che ha compiuto: l’uomo apparentemente per bene, educato e rispettoso è in realtà geloso fino all’esasperazione, paranoico, maschilista e violento. Il vero dramma è che nessuno, tantomeno sua madre o il suo confessore, le credono, perché il Francisco che conoscono loro è un perfetto gentiluomo.

Él (Lui, tradotto in italiano) è un film apparentemente classico, dal bianco e nero al tipo di inquadrature utilizzate, ma che presto si svela nella sua unicità grazie ai tratti che contraddistinguono il cinema di Luis Buñuel. L’incipit e l’epilogo sono entrambi, simbolicamente, ambientati in chiesa e questa scelta può avere una doppia valenza. Può rappresentare sia una sorta di cornice, quasi un vero e proprio scudo, costituito dai valori conservatori e borghesi, che protegge e nasconde Francisco da quello che è in realtà, lasciandolo agire indisturbato, sia lo scenario che permette di notare meglio la trasformazione del personaggio e il suo modo di relazionarsi alla sfera religiosa. All’inizio abbiamo un uomo a modo, distinto e composto mentre alla fine un uomo sconvolto, agitato e paranoico. La stessa scena dove tutti  i credenti, il chierichetto e lo stesso prete, nella mente di Francisco, ridono sguaiatamente e lo prendono in giro riesce ad essere emotivamente forte anche ai giorni nostri. Possiamo immaginare l’effetto che fece all’epoca questo improvviso ribaltamento di un’istituzione intoccabile come la Chiesa.

Ma l’elemento religioso è solo uno dei valori che costituiscono le caratteristiche base di un buon borghese, quegli stessi valori che impediranno ad amici e conoscenti di vedere Francisco per quello che è, almeno fino alla pubblica manifestazione del suo squilibrio mentale, che vede la sua apoteosi nel tentativo di strangolare il prete durante la messa. La mentalità borghese, così cieca e totalmente priva di aperture mentali, impedisce il cambio di prospettiva necessario per credere alla parole della disperata Gloria, la quale si rende conto di essere sola al mondo quando neanche sua madre né il confessore si rendono conto che ciò che lei sta raccontando è la verità. Solo quando la sua follia esce dall’ambito coniugale per sfociare in una manifestazione pubblica tutti si rendono conto che Francisco non è più degno di essere parte della società: detto fatto, viene confinato in un monastero. Él affronta ancora una volta le tematiche care al regista spagnolo, ma questa volta lo fa in maniera più intima, con pochi personaggi, che possono essere ridotti alla coppia, che può essere, a sua volta, ridotta all’individualità del singolo: lui.

Giulia Luciani