Lo zoo di Venere (A Zed and two Noughts): la recensione del film del 1985 di Peter Greenaway con Andréas Ferréol e Brian Deacon.

Dialoghi surreali e colori cangianti, anni’80, sono le coordinate scelte dal regista inglese per raccontarci la sua versione sui dissapori di un bizzarro triangolo amoroso. Un numero perfetto il tre, eppure ingestibile quando si tratta di relazioni umane, ma così affascinante se lo si cala in un contesto come quello che Greenaway ha scelto, questa ossessionante simmetria di forme, di immagini, di doppi. I protagonisti sono appunto due gemelli, nati siamesi alla nascita e separatisi con un intervento chirurgico per scongiurare un inevitabile destino circense. Deviando la strada del loro destino segnato però, i due finiscono col trovarsi difronte a una sorte quasi mortale, travestita di candido cigno, che sottrarrà a entrambi le proprie consorti. Presi da un collasso mentale, i due gemelli iniziano a dedicarsi ossessivamente alla morte e a tutto ciò che toccando, decompone. Alligatori, zebre, insetti putrefatti diventano i loro oggetti di studio, prima con dedizione scientifica e poi con tormento sacrificale.

La specularità completa del doppio (double zero) viene corrotta dal fascino femminile ed elegante di Alba, donna aristocratica che si risveglia dal coma priva di una gamba. I due iniziano a frequentarla, instaurando un bizzarro rapporto a tre. Ma per ritornare all’armonia del doppio un altro personaggio, non meno strano dei tre, si inserisce nella storia: il medico della signora, che per regolare la parità dei conti, amputa anche l’altra gamba di Alba in attesa di riuscire a convincere i due gemelli a ricucirsi in un tutt’uno senza un motivo preciso.

Peter Greenaway ci fa respirare per due ore un’aria densa di allegorie e di no-sense dove l’occhio viene costantemente interpellato per essere sedotto da un’immagine filmica che tocca la pittura. I film del regista inglese sono come tableaux vivants, teatri di posa di intenso color caravareggiesco in cui i personaggi entrano ed escono con insostenibile leggerezza. I dialoghi asciutti e solenni portano sull’altare della pellicola la morte e la decomposizione. L’acutezza e la scrupolosità del dettaglio di Peter Greenaway distanziano con freddo distacco lo spettatore. Come dentro una teca di un museo, lo Zoo di Venere giace eterno per offrirsi all’occhio raffinato di uno spettatore che lo elegge a propria reliquia. E nella perdizione di quella bellezza barocca la musica trascina la mente verso luoghi oscuri, profondi.

LO ZOO DI VENERE – TRAILER ITALIANO

Anna Pennella