Le Due vie del Destino – The Railway Man: la recensione del film diretto dal regista Jonathan Teplitzky e interpretata da Colin Firth e Nicole Kidman. La pellicola, che farà il suo ingresso nelle sale cinematografiche a partire dal prossimo 11 settembre, distribuita dalla Koch Media, vede nel cast anche anche Hiroyuki Sanada, Jeremy Irvine e Stellan Skarsgard mentre da agosto sarà disponibile il libro omonimo nonché autobiografico da cui è tratto il lungometraggio, scritto da Eric Lomax.

LE DUE VIE DEL DESTINO – LA TRAMA

Questo film è molto coinvolgente, sia per le grandi prove d’attore degli interpreti, sia per fatto che è tratto da una storia vera. Il regista ci mostra nelle prime scene un Eric ultrasessantenne (Colin Firth), nella Scozia degli anni 80,  che si innamora della infermiera canadese Patty (Nicole Kidman). I due si sposano dopo un veloce fidanzamento, ma fin da subito la donna nota che il marito è tormentato dai fantasmi del passato e della guerra. Eric non riesce a trovare pace, colpevolizza sé stesso, rendendo la vita della compagna un inferno. Patty non si arrende e si mette in contatto con Finlay (Stellan Skarsgård), ex-commilitone del marito, che le racconta la terribile verità: da giovani erano entrambi soldati inglesi di stanza a Singapore nel 1942. Furono fatti prigionieri dai giapponesi che li deportarono in Thailandia, impiegandoli insieme ad altre migliaia di prigionieri nella costruzione della “ferrovia della morte” (415 kilometri di linea attraverso la giungla). Le condizioni di lavoro sono insopportabili, i prigionieri malnutriti sono costretti a ritmi di lavoro inumani in ambienti umidi e pericolosi. I soldati inglesi non si perdono d’animo e riescono a rimediare il necessario per assemblare una radio. Grazie a essa scoprono che le sorti del conflitto mondiale stanno cambiando, che Stalingrado è in mano ai Russi, che la Germania nazista viene bombardata dalla aviazione degli Alleati.

Dopo una piccola iniezione di speranza, i soldati giapponesi scoprono il congegno occultato. Mentre un altro soldato viene scelto come responsabile e picchiato, Eric si offre come indiziato volontariamente, in quanto esperto di segnali radio, per far si che gli asiatici si concentrino su di lui e non sui compagni. Inizia una dura sequenza che illustra le crudeli torture che il giovane soldato subisce ad opera della Kempeitai, la polizia segreta giapponese. Sapevo che Firth e la Kidman fossero due attori assolutamente stupefacenti, ma devo dire che la bravura di Jeremy Irvine mi ha lasciato più che sorpreso. Finlay, d’accordo con Patty, troverà il modo di convincere Eric a fare i conti col proprio passato, a partire per la Thailandia per andare a incontrare il proprio aguzzino, sopravvissuto come lui al conflitto. Patty non riesce ad arrendersi al silenzio che riceve da Eric. Vuole risolvere quel blocco che trasforma un uomo “meraviglioso” in una creatura carica di odio e rancore, che sacrifica il suo ingegno e le proprie qualità sull’altare della violenza, subita e quindi interiorizzata, necessariamente riproposta inconsciamente nella vita quotidiana.  La grandezza della Kidman sta nella convinzione e nel sentimento che trasuda dal suo personaggio: una donna innamorata, con un passato da infermiera, una persona con un’inflessibile vocazione ad aiutare il prossimo. Alternando flashback e sequenze ambientate nel presente, la storia ci mostra la risoluzione del rapporto fra i due uomini: vediamo come termina la tortura nel passato con la liberazione dal campo di prigionia; vediamo come i due uomini trovino un terreno comune di confronto nel presente. Eric ha capito, dopo anni passati a subire e a coltivare sentimenti oscuri, che “a un certo punto l’odio deve finire”. Quest’opera, che offre alla visione alcune location dalla bellezza selvaggia, sia in Scozia che in Thailandia, affronta con molta introspezione, come altri film prima di essa hanno fatto (Rambo, La sottile linea rossa), ciò che la guerra fa a un essere umano. Il problema dei reduci è una piaga incredibilmente seria in paesi come gli Stati Uniti, dove moltissimi soldati soffrono di sindrome da stress post traumatico. Nel film è il personaggio di Finlay (Stellan Skarsgård) che descrive la condizione degli “uomini spezzati” dalla barbarie della guerra: “siamo una armata di fantasmi” che sono ridotti a vivere una “imitazione della vita”. Non è un film facile da gestire, soprattutto per la violenza visiva e sonora di certe sequenze. Ma vi assicuro che  il finale e le interpretazioni, per non dimenticare il punto di vista incredibilmente significante del regista Teplitzky, valgono quei momenti di sofferenza nella camera di tortura.
Da brividi.

LE DUE VIE DEL DESTINO – TRAILER

Giorgio Stancati