Suburbicon: la recensione del film del 2017 diretto da George Clooney con Matt Damon, Julianne Moore, Oscar Isaac, Noah Jupe e Gary Basaraba.

Suburbicon, anni ’50. Due ladri irrompono di notte nella villetta di Matt Damon e Julianne Moore, in cui i due coniugi vivono assieme alla di lei sorella Maggie e al figlio Nicholas. Durante l’effrazione, la madre muore per aver inalato troppo cloroformio. L’inatteso evento sconvolge la tranquilla routine del sobborgo, che improvvisamente trova un bersaglio su cui sfogare la propria violenza repressa: la famiglia Myers, nera, che acquista una villetta e si trasferisce in un quartiere fino a quel momento esclusivamente bianco, e che il sobborgo accusa di essere la causa scatenante dell’ondata di violenze che ha improvvisamente investito la cittadina.

Al suo sesto lungometraggio, George Clooney decide di portare allo scoperto il ventre molle della piccola borghesia americana: Suburbicon, il cui nome comune denota la mediocrità del luogo, è il posto ideale per mettere su famiglia e vivere come un qualunque uomo rispettabile. Spesso però la normalità nasconde un’attitudine cattiva e potenzialmente violenta, di cui fanno le spese i Myers, diventati improvvisamente il capro espiatorio di tutta la comunità. Questo l’intento di Clooney, impantanato invece in un film che vorrebbe essere grottesco e purtuttavia non riesce nell’intento. La risata arriva sempre troppo tardi, i tempi comici sono completamente sballati: il trailer, che era frizzante, prometteva un film brillante che invece si dimostra molto più lento di quanto preventivato e quasi banale nelle scelte narrative.

I fratelli Coen non firmano la loro migliore sceneggiatura, e il film presenta difetti tecnici che vanno dal montaggio alla regia di Clooney, che qui dimostra di essere migliore come attore che come regista. Matt Damon e Julianne Moore sono bravi, ma non salvano il film da un fastidioso sottotesto retorico.

SUBURBICON – TRAILER ITALIANO

Francesca Sordini