La recensione di Ryuzo and the seven henchmen (Ryuzo to 7 nin no kobun tachi), un film di Takeshi Kitano, con Tatsuya Fuji, Ryota Nakanishi, Akira Nakao, Kôjun Itô, Akira Onodera, Ben Hiura, Masaomi Kondô, Ken Yoshizawa, Tôru Shinagawa.

Avevamo lasciato Takeshi Kitano quattro anni fa con Outrage Beyond, seconda pellicola di una trilogia, iniziata nel 2010 con Outrage, interamente dedicata al mondo della Yakuza,
Dopo la Trilogia del suicidio artistico, nome che designa l’ aridità e la difficoltà di film barocchi e autoreferenziali, Kitano prende di nuovo la via della Yakuza, affrontata per la prima volta in Violent Cop, suo esordio registico e attoriale.
La filmografia di Takeshi Kitano, tanto lunga quanto eterogenea, non si lascia definire da generi e categorie: tutte le domina e tutte le sono al medesimo tempo “strette”.
E’ stata, ed è tutt’ora, l’incomprensibile carriera di un fuoriclasse in grado di stupire lo spettatore passando dagli ormai classici yakuza movie al divertissment (Zatoichi), senza precludersi spazi autoriali (Hana-bi, Sonatine) e momenti di pura poesia (Dolls).
In questo senso, Ryuzo and the seven henchmen è un film su cui vale la pena di riflettere un poco, non tanto in virtù delle sue intrinseche qualità (o manchevolezze), quanto in riferimento alla carriera di Kitano stesso. Cosa aggiunge, o cosa conferma?

RYUZO AND THE SEVEN HENCHMEN – LA TRAMA

Nell’ultimo episodio della trilogia di Outrage, troviamo un buon compendio di diversi temi propri della sua precedente produzione. In primis, questa organizzazione criminale, presentata coi suoi tratti distintivi (la struttura in bande, il tatuaggio come segno di riferimento, la gerarchia, la stretta osservanza di norme e il rispetto del boss). Ritorna anche un mood squisitamente noir, in cui protagonista della vicenda è un anti-eroe, un uomo prima che un eroe, che persegue ideali e filosofie altamente discutibili e quindi profondamente umani. Ritorna la critica alla società giapponese, dipinta come un’accozzaglia di burocrati corrotti in una serie di dialoghi sferzanti e battute incalzanti, indubbi retaggi del manzai, la commedia grazie a cui Kitano si cimentò col genere comico ancor prima di darsi al cinema.
Ecco dunque una comicità in bilico fra il cabarettistico e il satirico, fatta di gag alla Monty Phyton e farse d’una certa bassezza. Il demenziale non è tuttavia una novità in Kitano, mente diabolica che partorì, fra gli altri, Takeshi’s Castle –antesignano di una serie pressoché infinita di show televisivi strutturati sul modello della gara ad ostacoli-, e Getting any? (1994), il primo dei film demenziali del regista, da lui stesso definito un suicidio professionale.
Si noti però come la verve comica di Ryuzo and the seven henchmen sfoci nel parodico, nella dimensione in cui i segni di riconoscimento della banda criminale sono capovolti: sono vecchi per non dire vecchissimi, pieni di acciacchi e non totalmente presenti a se stessi, quasi alienati in un Giappone che ha abbandonato la katana in favore della rivoltella. L’affetto geriatrico che la vicenda suscita nello spettatore è acuita da un umorismo scuro, di matrice quasi nichilista, che colloca le azioni dei suoi protagonisti in un piano d’irrealtà tarantiniana.

Potremmo dire che in Ryuzo, Kitano risponde a quel Tarantino che si ispira a Sergio Leone (I magnifici sette), che a sua volta si rifà all’altro grande nume tutelare del cinema nipponico, Akira Kurosawa (I sette samurai). Non sarà certo un caso che Kitano sia definito dai suoi ammiratori come il Clint Eastwood del Giappone, cui è legato a doppio filo: entrambi prima attori poi registi, entrambi –seppur diversamente- legati allo spaghetti western. Ma c’è di più. Qui il regista giapponese si ispira spudoratamente all’Eastwood di Leone: il suo protagonista non è (o non è più) un crociato solitario, ma è egli stesso una vittima (di phishing) che decide di farsi giustizia da sé. E, come se non bastasse, la re-union di Ryuzo coi compagni di scorribande giovanili riporta alla mente Space Cowboys di Eastwood .
Questo ritorno di Kitano è pervaso d’una certa nostalgia per il cinema di genere, come si coglie durante una scena in cui gli otto si paragonano ai protagonisti di alcuni film di genere: I 7 samuraiGangster Story, i 13 assassini.
La trama di Ryuzo – otto criminali che al tramonto delle loro vite riattivano un’organizzazione criminale –, è un puro pretesto per una pellicola d’intrattenimento malinconico, in cui lo scontro fra la Yakuza old school e la nuova microcriminalità diviene metafora dello scontro culturale tra oriente ed occidente –presentato in nuce fin dalla prima scena col raffronto fra la ricezione del tatuaggio qua e là.

RYUZO AND THE SEVEN HENCHMEN – TRAILER

Erica Belluzzi