No Paradise if you are Killed by a Woman: la recensione del film del 2026 diretto da Halkawt Mustafa, con Avan Jamal, Thorbjørn Harr, Kanar Sarchl, Kader Jalal, dal 2 settembre al cinema.
Vyan, una cecchina curda, è sopravvissuta alla guerra imparando a soffocare le proprie emozioni. Quando scopre che la sorella minore, che credeva perduta durante l’offensiva dell’ISIS del 2014, potrebbe essere ancora viva a Mosul, torna in una città segnata dalla morte e dalla distruzione. La sua ricerca si trasforma in una missione di salvataggio e, al tempo stesso, in un confronto con il trauma che per anni ha cercato di mettere a tacere.

NO PARADISE IF YOU ARE KILLED BY A WOMAN – IL TRAILER ORIGINALE
NO PARADISE IF YOU ARE KILLED BY A WOMAN – LA RECENSIONE
Vyan, una cecchina curda, è sopravvissuta alla guerra reprimendo le proprie emozioni. Quando scopre che la sorella minore, creduta morta nell’assalto dell’ISIS del 2014, potrebbe essere ancora viva a Mosul, torna in una città segnata dalla morte e dalla distruzione. La sua ricerca si trasforma in una missione di salvataggio, ma anche in un doloroso confronto con il trauma che per anni ha tentato di seppellire.
Film politico, ma anche d’intrattenimento, diretto da un maschietto, il regista Halkawt Mustafa, che sembra ispirarsi ai migliori action movie di Kathryn Bygelow, primo fra tutti “The hurt locker”, ci porta insieme alla protagonista, una guerriera Peshmerga, a scoprire orrori intimi (traumi e fantasmi) ed esterni (la guerra). Ritratto delle donne curde che da generazioni lottano per la propria libertà, la pellicola, avvincente e serrata, cerca di omaggiarle e di tenere vivo il loro ricordo. Donne costrette a convivere con la paura, la perdita e l’incertezza, eppure decise a non arrendersi. Donne che hanno rifiutato di piegarsi all’oscurità e hanno scelto di combattere non solo per se stesse, ma anche per la libertà degli altri.
Un’opera ironica già dal titolo e critica con tutti, in cui anche l’occidente non porta a casa una bellissima figura, ma che riesce a parlare innanzitutto di speranza, di amore e di forza.
La storia di Vyan (la bravissima Avan Jamal), cecchino spietato e preciso, una vera e propria macchina da guerra, ma profondamente umana, diventa il simbolo di tutte le donne oppresse.
Voto: 8
Paolo Dallimonti