The Road to Jericho: la recensione del film del 2026 diretto da Amos Gitaia, con Irène Jacob, Jeanne Moreau, Arthur Miller, Samuel Fuller, Muhammad Abu Jihad, Mohamad Said Alarj, Sara Arneberg, Bahira Ablassi, Sarah Adler e Agnes Garval Lavi.
The Road to Jericho è un viaggio musicale e visivo, un poema per immagini: una forma ibrida tra documentario e finzione che intreccia materiali d’archivio tratti da film precedenti con le voci di Samuel Fuller, Jeanne Moreau, Arthur Miller, Yitzhak Rabin e altri, mettendoli in dialogo con la realtà contemporanea dei beduini di Khan El Ahmar, oggi minacciati di sgombero da parte dei coloni lungo la strada che conduce a Gerico. Una meditazione intensa e delicata sui destini umani in un paesaggio desertico intriso di storia.
THE ROAD TO JERICHO – LA RECENSIONE
The Road to Jericho è un viaggio musicale e visivo, un poema per immagini: una forma ibrida tra documentario e finzione che intreccia materiali d’archivio tratti da film precedenti con le voci di Samuel Fuller, Jeanne Moreau, Arthur Miller, Yitzhak Rabin e altri, mettendoli in dialogo con la realtà contemporanea dei beduini di Khan El Ahmar, oggi minacciati di sgombero da parte dei coloni lungo la strada che conduce a Gerico. Una meditazione intensa e delicata sui destini umani in un paesaggio desertico intriso di storia.
Il viaggio di Gitai inizia da Gerusalemme e procede verso Gerico, ricordando il primo accordo di pace israelo-palestinese, riguardante proprio Gaza e Gerico. Su questa strada, lungo paesaggi desertici di straordinaria bellezza, il regista porta con sé anche il testo di Flavio Giuseppe sulle guerre con Roma. Su questo percorso troviamo Khan El Ahmar, un piccolo villaggio di tende beduine situato nell’area interessata dagli accordi di Oslo: una comunità di trecento persone, con una scuola costruita con terra e pneumatici, e i bambini, silenziosi e felici in questa architettura semplice e minimale, di una bellezza essenziale. Una comunità negli ultimi tempi minacciata di distruzione e di sgombero: una cosa che Rabin non avrebbe mai voluto vedere. Nelle conversazioni tra lui e Gitai, nel 1994, il presidente parlava di Gaza e di Gerico, delle controversie e dei dubbi, dei risentimenti accumulati nel corso dei decenni e, nonostante tutto, della volontà di andare avanti e dare una possibilità alla pace.
La piccola comunità beduina diventa così un microcosmo, una metafora che risuona con la memoria di Rabin – come il regista già aveva fatto in “House, Wadi e Ananas”, raccogliendo le voci di grandi artisti e scrittori come Arthur Miller, Jeanne Moreau e altri. Amos Gitai, regista e viaggiatore in questi luoghi, dimostra la realtà nasce sempre dall’incontro tra la memoria del passato e l’esperienza del presente.
“The road to Jericho” è un racconto molto personale, che, con un pretesto interessante, cerca di dire la sua su un conflitto interminabile come quello israelo-palestinese, per il quale le parole e le immagini non sono mai abbastanza: intelligente l’idea di andarle a ripescare nel passato artistico dell’autore.
Venice open – Fuori concorso.
Voto: 6 1/2
Paolo Dallimonti