Triangle of Sadnessla recensione del film di Ruben Östlund con Harris Dickinson, Charlbi Dean, Woody Harrelson, vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes e presentato alla diciassettesima edizione della Festa del Cinema di Roma, nella sezione Best Of 2022.
La pellicola arriverà nelle nostre sale il 27 ottobre 2022.

TRIANGLE OF SADNESS – LA RECENSIONE

Un incipit alla Neon Demon, un intermezzo da Titanic (se Jack e Rose avessero avuto i social), un epilogo alla CastAway. Se fosse un film semplice si potrebbe riassumere così Triangle of Sadness, presentato oggi al pubblico italiano alla XVII edizione della Festa del Cinema di Roma.
Settimo lungometraggio di Ruben Östlund e seconda Palma d’Oro a Cannes dopo quella del 2017 con The Square.

Una bellissima coppia di modelli, interpretati da Harris Dickinson e Charlbi Dean (purtroppo scomparsa a soli 32 anni lo scorso agosto), partecipano a una crociera sul mediterraneo pagando il conto a suon di post su Instagram. Insieme a loro, miliardari, oligarchi e imprenditori: un teatro che mette in scena un’umanità assurda, come dimostrano i due vecchietti gentilissimi che vivono grazie alle loro fabbriche di bombe a mano, di cui tra l’altro vanno molto fieri.
E poi l’equipaggio del lussuosissimo yacht, ulteriore metafora della stratificazione sociale con uno staff che può essere esibito e gli inservienti da relegare nel sottocoperta.

Alla guida il capitano marxista e alcolizzato, un irresistibile Woody Harrelson che mina dall’interno questa situazione paradisiaca dimostrando di detestare tutto quello che si trova a dirigere e, in sostanza, di disprezzare anche se stesso.

Il naufragio non è solo metaforico: i pochi sopravvissuti si ritroveranno a vivere di stenti su un’isola deserta (e forse nemmeno tanto deserta). È qui che la convivenza forzata farà emergere nuove dinamiche, nuove divisioni e nuovi espedienti per la salvezza.
Insomma, cambiano location e scenari, ma non la realtà che Östlund vuole fotografare: nel bene e nel male, nel lusso come nello squallore, nell’oro come nel vomito (nel film ce n’è tanto), siamo veramente tutti uguali.
Non è però uno slogan positivo, bensì una serrata critica a ciò che siamo diventati o in realtà a quello che siamo sempre stati.

Numerose le scene che suscitano risate sguaiate, che invece – ripensandoci – dovrebbero sì far ridere, ma solo a denti stretti.

Quasi due ore e trenta minuti in cui annoiarsi è impossibile, non solo per sceneggiatura e dialoghi brillantissimi (come quelli a colpi di citazioni tra il capitano e il magnate russo), ma anche per tematiche come parità di genere, cambiamento climatico e parità di genere, tutte affrontante in maniera non didascalica.

Perché il triangolo delle tristezza? Non sappiamo a cosa sia dovuto, ma sappiamo che per debellarlo basta un po’ di botox.

TRIANGLE OF SADNESS – IL TRAILER

Vittorio Russo e Fabiola Palumbo