The Rocky Horror Show: la recensione dello spettacolo teatrale in scena dal 25 al 30 novembre al Teatro Brancaccio di Roma. L’iconico film con Tim Curry e Susan Sarandon ha appena festeggiato 50 anni ed ora il musical che lo ha ispirato ha conquistato nuovamente il pubblico italiano: “The Rocky Horror Show”, il leggendario e trasgressivo musical di Richard O’Brien,è tornato nel 2025 in tour con il suo mix esplosivo di musica rock e travolgente energia che ha reso lo spettacolo un fenomeno globale da oltre cinque decenni.
Diretto daChristopher Luscombe, The Rocky Horror Show ha entusiasmato il suo pubblico e a trasformarsi nuovamente in un grande non-stop party con queisuccessi senza tempo da cui ognuno, almeno una volta, si è lasciato trascinare come “Sweet Transvestite”, “Damn it Janet” e ovviamente il mitico “Time Warp”.

THE ROCKY HORROR SHOW – LA RECENSIONE
Dallo show in lingua originale al foyer trasformato in un playground glam, il cult cinquantenario torna in scena come un evento vivo, partecipato e più contemporaneo che mai.
Quando le luci del sipario si abbassano al Teatro Brancaccio di Roma, non è semplicemente una “messa in scena”: è un richiamo. Perché “Rocky Horror” — ormai — non è soltanto uno spettacolo in cartellone. È un rito collettivo che, da oltre 50 anni, continua ad attrarre fedelissimi, nuovi curiosi e generazioni di fan pronti a mettersi in gioco.
Questa edizione capitolina è riuscita a trasformare il palco in una macchina del tempo e del divertimento, incarnando con vigore la doppia anima del mito: quella glam-rock, audace e dissacrante, e quella irresistibilmente ironica e trasgressiva. Nonostante la lingua — l’intera piece è stata presentata inlingua originale— lo spirito di “Rocky Horror” non si è mai disperso: l’ironia tagliente, la teatralità esagerata, la gioia travolgente sono arrivate nitide al pubblico romano, senza compromessi linguistici.
Il merito va anche al cast — attori capaci di caleidoscopiche trasformazioni, danze sfrenate, dialoghi fulminanti — che ha saputo tenere alta la tensione tra palco e platea, tra risate, urla e partecipazione di massa. Non è stato solo recitare: è stato “vivere” quel mondo: un mondo fatto di eccentrici costumi, tacchi, corsetti, parrucche e rock’n’roll.
Ma forse il pezzo forte non è stato solo sul palco. Chi ha calcato i corridoi del Brancaccio la sera dello show sa di cosa parlo: il foyer si è trasformato in un piccolo set alternativo, con specchi per i selfie, accessori di scena a disposizione, luci, atmosfera. Insomma: una “anteroom” del Rocky Horror Universe, pronta a ospitare foto, social-post, stories — e generare quel passaparola virale che, negli anni di TikTok e Instagram, vale quanto un manifesto cartaceo.
Ed è proprio questo mix di vecchia scuola e modernità che rende speciale una serata come questa: la capacità di restare fedele a un classico cult, ma di reinventarlo ogni volta, con la complicità di chi partecipa — attore o spettatore che sia — e con un occhio attento alla contemporaneità.
Alla fine dello spettacolo, restava la sensazione che non si fosse semplicemente assistito a un musical, ma che si fosse presi parte a un evento: un’esperienza collettiva, una celebrazione del diverso, del kitsch, dell’eccesso, del ridicolo — e, insieme, dell’irresistibile magnetismo di un testo che, anche dopo mezzo secolo, suona fresco, provocatorio, vivo.
Se “vivere il teatro” è uno stile, allora lunga vita a Rocky Horror.
Gianluigi Cacciotti





