Passengers: la recensione del film del 2016 diretto da Morten Tyldum con Chris Pratt, Jennifer Lawrence, Michael Sheen e Laurence Fishburne.

Il pensiero peccaminoso stavolta è tutto per il protagonista. Guardacaso l’interessato è piacente; cosa sarebbe successo se a svegliarsi per l’anomalia alla propria capsula di ibernazione fosse stato uno bruttino e con poche qualità da sfoggiare? Sicuramente la storia sarebbe risultata un po’ più interessante. Chris Pratt si sveglia, dicevamo, per un’anomalia: al viaggio di centoventi anni tra la Terra e il nuovo pianeta da colonizzare mancano ancora novant’anni. L’unica compagnia che ha sono i robottini che puliscono per terra e l’androide al bar della navicella spaziale, seguono i classici momenti di solitudine e impazzimento. Gli basta un’occhiata a Jennifer Lawrence addormentata perché si arrovelli quanto basta per fornire al film il dilemma etico che serve: morire in solitudine o condannare qualcun altro alla morte in viaggio?

Se l’amore è egoismo, eccoci qua. Dopo il di lei risveglio succedono varie cose, dall’innamoramento ricambiato – lui s’era innamorato leggendo i romanzi di lei, “Sembrano scritti per me” dice la sceneggiatura per nulla sorprendente – al risveglio del membro dell’equipaggio che può dare accesso a quelle parti della navicella spaziale interdette ai passeggeri comuni, fino ai guasti alla navicella spaziali cui sarebbe opportuno porre rimedio.

Romanticismo da quattro soldi come se piovesse. Chris Pine è quasi meglio di Jennifer Lawrence, mentre gli interni delle navicelle spaziali non riescono ad affrancarsi dal modello 2001: Odissea nello spazio. Per tutto il resto c’è il supercomputer di bordo che risolve (quasi) tutti i problemi. D’altronde l’archetipo fissa lo standard, mentre gli epigoni copiano e basta.

PASSENGERS – TRAILER ITALIANO

Francesca Sordini