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Pubblicato il 30/01/2018 da Gabriele di Grazia in ,
 
 

Recensione The Post, Spielberg nel suo film più politico

Recensione di The Post, il nuovo film di Steven Spielberg con Meryl StreepTom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford. Nei cinema dal primo febbraio.

È il 1971 e la guerra del Vietnam infuria portandosi dietro un numero sempre più imprecisato di morti e una rabbia popolare che monta di giorno in giorno. Daniel Ellsberg, economista e uomo del Pentagono, si rende conto che la guerra sta minando la democrazia del proprio Paese, decide di divulgare alcuni documenti segreti riguardanti un rapporto che non deve essere reso noto: 7000 pagine che scandagliano l’implicazione militare e politica degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam. Il New York Times è il primo a rivelare lo scoop, ma viene ostracizzato da un’ingiunzione della corte suprema e costretto a sospendere le pubblicazioni. Così entra in gioco il Washington Post grazie alla tenacia del suo editore, Katharine Graham (Meryl Streep), e del suo direttore, Ben Bradlee (Tom Hanks), disposti a tutto pur di mettere nero su bianco il caso scottante che vede coinvolto in prima persona il presidente Nixon. Katharine, contro il parere dei suoi investitori, deciderà di pubblicare i dettagli dello scandalo andando contro l’amministrazione Nixon, mettendo a rischio la sua carriera e la vita stessa del suo giornale ed entrando di diritto nella storia del giornalismo mondiale.

Prequel ideale di Tutti gli uomini del presidente, pellicola del 1976 vincitrice di 4 premi Oscar diretta da Alan J. Pakula, con Dustin Hoffman e Robert Redford nei panni di Carl Bernstein e Bob Woodward, i due cronisti del Washington Post che con la loro inchiesta portarono all’attenzione dell’opinione pubblica lo scandalo Watergate e contribuirono alle conseguenti dimissioni del presidente Richard Nixon, The Post, film più attuale che mai in questo momento storico in cui intercettazioni giornaliere rischiano di far tremare la poltrona di Trump, un presidente che di certo non gode della simpatia della maggioranza degli americani, e in cui il recente scandalo delle molestie sessuali ha provocato un moto di orgoglio femminile che non si vedeva da decenni, arriva nelle sale a rivendicare l’importanza della libertà di stampa e del ruolo della donna nella società occidentale contemporanea, e lo fa attraverso la sapiente regia di uno degli uomini più influenti del nostro tempo, capace, ancora oggi dopo oltre quarant’anni di carriera, di reinventarsi pellicola dopo pellicola passando in maniera disinvolta dalla fantascienza al thriller politico senza mai perdere quel tocco magico che lo ha caratterizzato sin dagli inizi adolescenziali dietro la macchina da presa.

Nonostante la natura politica dell’operazione, l’opera di Spielberg tralascia i tecnicismi tipici dei film d’inchiesta in favore di una messa in scena dei sentimenti: ogni sequenza è infatti costruita appositamente per entrare in contatto con il pubblico e farlo patteggiare per i protagonisti. Ad avvolgere l’intera pellicola è una tenace voglia di giustizia e di rivendicazione del ruolo della donna nella società di cui Tom Hanks e Meryl Streep si fanno portavoce con le loro superbe interpretazioni. È proprio la Streep a troneggiare su tutti con una padronanza del personaggio di cui sembra vestire i panni in modo naturale e senza particolare sforzo. L’attrice, che detiene il record di candidature all’Oscar, ben 21, avendone vinti 3, può essere considerata un esempio della donna che, in un mondo dettato dalla legge maschile, è riuscita a farsi strada ottenendo successi dopo successi solo grazie alla forza della propria volontà. Chi meglio di lei, dunque, poteva interpretare il ruolo di Katharine Graham, la donna che sfidò l’autorità governativa pur di rendere nota a tutti la verità di una guerra scomoda e sanguinosa? The Post è forse uno dei film più riusciti di Spielberg. Acuto, divertente e ritmato nonostante sia ambientato tutto in interni, è l’ennesimo esempio di grande regia che il regista di alcuni tra i più famosi blockbuster mondiali di tutti i tempi è riuscito a regalarci.

Gabriele di Grazia


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…