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Pubblicato il 11/04/2017 da Erica Belluzzi in , ,
 
 

Tallulah: tre volti della maternità nella produzione Netflix

Produzione originale Netflix, scritto e diretto da Sian Header, Tallulah nasce come spin-off di Mother, cortometraggio presentato nel 2006 al Festival Di Cannes, che narrava la vicenda di una madre senza-tetto costretta a fare babysitting al bambino di una casalinga disperata di Beverly Hills.
Poco dopo la Header, già sceneggiatrice dell’ottimo Orange Is The New Black, aveva completato il progetto di Tallulah, sempre basato sulla vicenda di donne che probabilmente non dovrebbero avere figli ma si trovano ad essere madri.
La storia narrata è in parte autobiografica, ispirata ad un episodio realmente occorso all’autrice mentre lavorava come babysitter per un Hotel di Los Angeles ed ebbe a che fare con una madre negligente dedita a vizi mal conciliabili col ritmo poppate-pannolini.

A vestire i suoi panni è quindi una giovane senza tetto, Tallulah (Ellen Page), che istintivamente prende con sé il bambino di una bionda alcolista e insoddisfatta (Tammy Blanchard) alla ricerca di facili avventure. Non sapendo dove altro andare, si reca dalla ricca madre (Allison Janney) dell’ex fidanzato, compagno di vagabondaggio, con cui non ha rapporti da due anni, da quando cioè il padre palesò la sua omosessualità.
L’arrivo della giovane senza tetto funge da diversivo per la donna, affermata professoressa universitaria da orfana di marito e figlio. Dopo iniziali ritrosie e diffidenze  accetta di prendersi cura della nuora e del nipotino, nel cui turbine di follia e stranezze è prima investita, per divenire poi parte attrice di un cambiamento teso ad una novella leggerezza.
Ad una routine chiusa e fissa in schemi stantii e obsoleti, la donna che da madre si scopre nonna, favorisce gli entusiasmi di una ventenne orfana. Accolta nel suo lussuoso appartamento, Tallulah accetta di buon grado una pausa dalla sopravvivenza fatta di furti di carte di credito ed espedienti truffaldini, fino a quando la notizia mediatica del rapimento di una bambina di poco più di un anno la costringerà ad arrendersi.

L’accoppiata Page-Janney rende onore al primo incontro in Juno, di cui ripropone sapori e atmosfere squisitamente indie. Nonostante fin dal titolo la protagonista sia Tallulah, la giovane è solo una delle tre facce del ritratto di madre che l’opera si propone di offrire. Se  la giovane si trova costretta dalle circostanze ad reinventarsi madre, delle altre due l’una è naufrago di un famiglia in cui ha investito tutto e di cui nulla e nessuno le rimane, mentre l’altra vede finalmente realizzato il suo non molto recondito desiderio di veder sparire il figlio mai desiderato ma di cui inaspettatamente non riesce ad accettare la perdita.
In tutti questi casi la figura del padre è assolutamente secondaria o assente, per non dire che se ne lamenta l’assenza. Ad essere dipinta è l’idea di una femminilità e maternità che si fa diade col figlio, senza un padre e compagno che si pone in estrema analisi come condizione necessaria e sufficiente per il ripristino della ragionevolezza – l’ex fidanzato riporterà Talllulah sulla retta via, mentre il padre della neonata arriverà trionfante a riprendersi la piccola.
Merito dell’opera è quello di interrogarsi sulla maternità quale diritto e dovere tutto femminile, tappa quasi d’obbligo di una moderna genitorialità che vive il figlio come un possesso, un diritto, qualcosa che deve e può essere concesso, ultima acquisizione di chi con le tecnologie intende sostituirsi a Dio.

Non potrebbero esserci donne più diverse per cultura, tipologia e condizione delle tre, l’una ladruncola vagabonda, l’altra  una fedifraga giovane vecchia imbellettata, la terza una donna tutta d’un pezzo che non riesce a mandar giù d’essere stata lasciata da un uomo.
Tutte e tre d’una solitudine infinita che cercano di colmare con un figlio un vuoto esistenziale. Un film che andrebbe visto come completamento di un ideale trittico sulle periferie della maternità, assieme a The Light Between The Oceans e Hungry Hearts.
Erica Belluzzi


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