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#RomaFF12: The Party, a tu per tu con la regista Sally Potter

Ieri abbiamo incontrato Sally Potter, la regista di The Party, uno dei film più attesi della Festa del Cinema di Roma, che con fare garbato si è prestata alle domande della stampa raccontando qualche aneddoto riguardante la sua opera ed il cast che vi ha preso parte. Qui trovi invece la nostra recensione.

Per cominciare è stato chiesto alla Potter come fosse nata l’idea di raccontare le debolezze della classe media britannica e quali fossero state le sue influenze. La regista ha risposto immediatamente col sorriso:

“Ho sempre ammirato la generazione di ottimi scrittori e drammaturghi a cui appartengono Harold Pinter e Samuel Beckett e quel tipo di commedia americana che racconta di individui complessi che hanno continuamente a che fare con le difficoltà della vita. Credo che siano proprio queste difficoltà a rendere i personaggi più interessanti”.

Per quanto riguarda il lavoro sui personaggi femminili, che l’artista ha definito interessanti, complicati e forti, la Potter ha dichiarato:

“I miei personaggi, che siano maschili o femminili, hanno tutti avuto delle esperienze interessanti in passato. Per le donne dei miei film prendo spunto da persone che conosco di persona, con cui lavoro o che comunque hanno avuto a che fare con delle difficoltà. Per me è importante portare in scena delle figure non stereotipate, dall’umanità complessa e che siano interessanti nelle loro diversità, siano esse maschi, femmine, trans o gender”.

The Party è stato girato interamente in bianco e nero. Abbiamo chiesto alla regista il motivo di questa scelta stilistica:

“È stata ovviamente una scelta estetica, un omaggio ai classici del cinema di una volta. Ho creduto che fosse il modo migliore per raccontare questa storia in modo essenziale e arrivando all’osso. Mi rendo conto di aver fatto una scelta autolesionista, perché i produttori di solito non vogliono avere a che fare con dei film in bianco e nero perché pensano siano poco commerciali. Beh, io so che non è così. Il film funziona”.

Sally Potter nel corso dell’intervista ha confessato che il film, sebbene abbia una chiara impostazione teatrale, è stato concepito sin dall’inizio come un’opera per il cinema. “Si presterebbe molto ad un adattamento teatrale,” ha esclamato poi la regista, “e credo che sarebbe molto interessante lavorarci un giorno.” Il discorso è poi continuato sugli attori e sulla complessità di dirigere un cast composto interamente da star. La Potter ha ammesso:

“Nessuna complessità. Lavorare con questo gruppo di attori per due settimane è stato divertente e piacevole. È stata una sfida portare a termine il film in così poco tempo ma, avendo lavorato prima delle riprese individualmente con ciascuno degli attori per capire meglio il proprio personaggio e le sue motivazioni, una volta giunti davanti la macchina da presa erano tutti preparati sul cosa dovevano fare e come. Tra di loro c’è stata una grande alchimia e dalle scene si può evincere una loro grande libertà di movimento, seppure si siano attenuti scrupolosamente alla sceneggiatura senza improvvisare”.

Parlando di eventuali progetti futuri la regista ha detto:

“Non so ancora a cosa mi dedicherò prossimamente perché lavoro sempre a più progetti insieme, ma questo film mi ha fatto capire che mi piace scrivere e girare commedie che facciano ridere la gente. Al giorno d’oggi ridere è necessario”.

Circa l’attore Timothy Spall, noto al grande pubblico per aver interpretato Peter Minus nella saga di Harry Potter e che ha già lavorato con la regista in Ginger & Rosa, la Potter si è espressa così:

“Timothy è un attore simpatico e modesto, ed ha un volto molto tenero e vulnerabile. È una persona molto interessante ed è bello lavorare con lui”.

A proposito del suo modo di scegliere gli attori, Sally Potter ha chiuso l’incontro dichiarando di essere un tipo molto istintivo, e di immaginare già in fase di scrittura i vari intrecci tra i personaggi e come certi attori possano funzionare meglio accanto ad altri. “In questo caso ha funzionato perché ciascuno degli interpreti voleva lavorare al meglio per crescere professionalmente”, ha asserito con aria soddisfatta la regista.

 


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…