Breaking news
 

 
 
 

#RomaFF12: Spielberg, l’uomo, l’artista, il sognatore.

Spielberg, di Susan Lacy, presentato alla dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma nel catalogo della Selezione ufficiale. La storia di uno dei registi più influenti del XX secolo, dagli inizi alla consacrazione mondiale.

Colui che a soli vent’anni diresse Joan Crawford dimostrando di essere uno dei registi più dotati della sua generazione e che con i suoi primi quattro lavori incassò più di qualunque altro prima di lui dietro una macchina da presa è al centro di questo interessantissimo documentario di Susan Lacy che racconta la vita e la carriera di Steven Spielberg, un talento naturale destinato a diventare uno degli uomini più potenti dell’universo hollywoodiano e a trasformare per sempre il modo di fare cinema. Il film della Crawford ha un ritmo frenetico mentre mostra al pubblico i primi passi del regista originario di Cincinnati che da ragazzino si diverte a filmare i suoi scherzi ai danni delle sorelle e mette in scena ricostruzioni belliche accurate della seconda guerra mondiale con tanto di effetti speciali artigianali di grande effetto. Il piccolo Steven, nato da genitori ebrei, il padre un ingegnere elettronico stacanovista, la madre una sorta di “Peter Pan” molto più vicina ad una sorella, capì da subito ciò che avrebbe voluto fare nella vita, o meglio cosa non avrebbe voluto fare: il regista.

Si, perché quando per la prima volta si trovò in sala a vedere Lawrence dArabia, il capolavoro del 1962 diretto da David Lean, si rese conto che gli standard raggiunti in 50 anni di storia del cinema erano troppo alti per lui: se avesse mai fatto il regista avrebbe dovuto dimostrare al mondo di saper fare di meglio. Dopo questo ricordo di uno Spielberg ormai adulto, quasi una confessione rivolta all’occhio della macchina da presa, il documentario inizia ufficialmente con una sorta di sigla formata da vari spezzoni, tutti incredibili, presi da alcuni dei suoi più grandi successi cinematografici: scene tratte da L’impero del sole, Jurassic Park, Minority Report, La guerra dei mondi, Lo squalo, Indiana Jones, Hook e tanti altri, sapientemente accostate come a creare un puzzle colorato e spettacolare, scorrono veloci ricordando allo spettatore che il regista alla fine raccolse la sfida e riuscì a dimostrare al mondo di saper fare meglio di tutti quelli che lo avevano preceduto.

È uno Spielberg molto intimo quello che racconta commosso delle sue paure di ragazzo timido e dalla scarsa autostima, preso di mira dai bulli della scuola perché appassionato delle arti visive e poco amante dello sport; che ricorda i giorni in cui si trovò, ancora giovane, ad affrontare il divorzio dei genitori e il conseguente allontanamento dal padre che durò ben 15 anni; che ancora si stupisce del fatto che lui e i suoi amici di sempre, Martin Scorsese, George Lucas, Francis Ford Coppola e Brian De Palma, un branco di ragazzi che amavano divertirsi dietro le ragazze, abbiano avuto tutti un grandissimo successo di pubblico e siano entrati a far parte della storia del Cinema; che parla emozionato dell’incontro con la moglie Kate Capshaw che gli avrebbe cambiato la vita e reso felice in un modo completo e mai provato prima.

Dai primi lavori in tv al successo improvviso de Lo squalo, dal passo falso con la commedia 1941- Allarme ad Hollywood al salvataggio di Lucas con la messa in cantiere del primo Indiana Jones, dai 7 Oscar vinti per Schindler’s List alla rivoluzione digitale di Jurassic Park, dalle tematiche impegnate di Munich al ritorno alla fantasia con Il GGG – Il grande gigante gentile, la carriera di Spielberg viene scandagliata non tralasciando nulla e dando un ritratto completo e vivace dell’uomo, dell’artista e del sognatore che non potrà non conquistare tutti coloro nati e cresciuti tra gli anni 60 e 80 che erano al cinema quando uscirono nelle sale Incontri ravvicinati del terzo tipo e Salvate il soldato Ryan. Accompagnato dai commenti di alcuni tra i più vecchi collaboratori e amici del regista come Martin Scorsese e Richard Dreyfuss, l’opera della Lacy è semplicemente imperdibile.  

Gabriele di Grazia


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>
*

This blog is kept spam free by WP-SpamFree.

Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…