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#RomaFF12: Saturday Church, vincere i pregiudizi a ritmo di musica

La recensione di Saturday Church, di Damon Cardasis, con Luka Kain, Margot BinghamRegina TaylorMarquis RodriguezPeter Y. KimEvander Duck Jr. Presentato nel catalogo della Selezione ufficiale alla dodicesima Festa del Cinema di Roma in collaborazione con Alice nella città.

Bronx, New York City, oggi. Il quattordicenne Ulysses (Luka Kain) ha da poco perso il papà. Sua madre, Amara (Margot Bingham) è rimasta sola a crescere i sue due suoi figli con l’unico supporto di zia Rose, una burbera cattolica tradizionalista che non ammette che la sua autorità venga messa in discussione. Ulysses è un ragazzo timido e dalle movenze effeminate, e sta attraversando una fase molto complicata che ancora non sa ben spiegare. I ragazzi a scuola lo bullizzano facendolo arretrare ancora di più in se stesso, mentre in casa la zia conservatrice gli proibisce severamente di indossare le scarpe coi tacchi della madre. Tutto per il protagonista cambia quando viene in contatto con una comunità transgender che fa riferimento ad una chiesa del quartiere: la sua vita si divide in due, tra l’apparente normalità respirata in famiglia e le serate passate con i suoi nuovi amici: un ragazzo gay e tre prostitute. Quando la zia Rose scopre il segreto evidente del ragazzo ne scaturisce con lei una violenta lite che lo porta a scappare di casa e a cercare rifugi di fortuna per passare la notte al caldo. Questo fatto porterà Ulysses ad accettare la sua natura e a rivendicarla con fierezza spezzando tutti i preconcetti che lo stavano immobilizzando.

Il nome dato al protagonista della storia, un giovane che scopre di essere gay e che deve di conseguenza affrontare i mille pericoli disseminati lungo il cammino che porta all’accettazione di sé e alla libertà, non è certo casuale. Fare un film su un argomento piuttosto abusato e di cui al cinema, soprattutto negli ultimi anni, molti registi hanno voluto raccontare, non era facile. È la dolcezza della messa in scena e la semplicità della regia che non tenta in tutti i modi di strafare a rendere Saturday Church una pellicola molto valida capace di coinvolgere lo spettatore nell’intimo. Rifuggendo da stereotipi o situazioni eccessive messe in scena solo per stupire, il film per tutta la durata porta avanti la filosofia dell’essenziale e lo dimostra ad ogni inquadratura che vede i protagonisti interagire tra loro. Tutti hanno una motivazione valida per essere all’interno della storia, nessuno è lasciato in disparte, ed il cameratismo che si viene a creare in pochi attimi tra Ulysses ed il gruppo transgender sorprende per la verità che trasmette attraverso lo schermo. Luka Kain, che incarna alla perfezione un modello di bellezza unisex, possiede una delicatezza e uno sguardo che non lasciano indifferenti: gli occhi prima impauriti e poi coraggiosi del suo personaggio sono quelli di chi lotta per l’affermazione di sé in una società bigotta che lo vorrebbe interprete della vita di qualcun altro.

Il punto di forza di Saturday Church è però la stupenda colonna sonora firmata da Nathan Larson, così originale nel suo essere classica che scuote la pellicola donandole un cuore pulsante la cui energia si riversa nelle intriganti coreografie. Di film come questo non ce ne sono mai abbastanza, e al regista non si poteva chiedere di più. La pellicola è un chiaro incoraggiamento per tutti quei giovani che si trovano ad affrontare una fase di transizione e che non posseggono il libretto di istruzioni per affrontarla. Cordasis ci dice che nonostante a volte tutto sembri crollarci addosso e non riusciamo a trovare la via d’uscita ai nostri problemi con un po’ di pazienza e l’aiuto di persone che ci vogliono realmente bene possiamo tornare a rivedere la luce imboccando la giusta via per la felicità. Un messaggio molto cristiano, se vogliamo, che invita lo spettatore ad aver fiducia negli eventi, oltre che in se stessi. L’unico difetto del film sembra essere l’esigua durata di appena 82 minuti, perché una volta connessi a livello cerebrale (e spirituale) con Ulysses e i suoi amici è davvero difficile dirgli addio, soprattutto dopo una chiusura musicale così trascinante. Da vedere sicuramente ed uno dei titoli più interessanti di questa dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Gabriele di Grazia      


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…