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#RomaFF12: Los adioses, Rosario Castellanos e il coraggio di essere donna

Los adioses, di Natalia Beristain, presentato alla dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma nel catalogo della Selezione ufficiale. Nel cast Karina Gidi, Daniel Giménez Cacho, Tessa Ia, Pedro de Tavira Egurrola.

La pellicola della Beristain ci presenta la biografia di Rosario Castellanos (Karina Gidi), una delle più grandi scrittrici messicane del ventesimo secolo, ripercorrendone alcuni momenti significanti del tempo dell’università e della sua vita di donna matura ormai affermata. Studentessa introversa che non sembra appartenere al suo tempo, la sua insofferenza nei confronti di una società dominata e gestita dagli uomini la porterà a diventare una figura chiave della letteratura messicana e del movimento femminista latinoamericano. Al centro dell’attenzione della regista la tumultuosa storia d’amore con Ricardo Guerra (Daniel Giménez Cacho) che ne rivela il lato nascosto di donna fragile e piena di dubbi. La lotta della Castellanos diede il via ad un importante dibattito sull’uguaglianza tra uomo e donna e sulla rivalutazione della figura della donna nel mondo.

Nessuna interprete poteva vestire i panni di Rosario Castellanos meglio di Karina Gidi, attrice dallo sguardo penetrante e malinconicamente fiero che qui si rende protagonista di una grandissima interpretazione donando al suo personaggio uno spessore raro per il cinema attuale. Lontana dal dare una versione edulcorata della figura storica, la Gidi impersona innanzitutto una donna normale alle prese con le difficoltà quotidiane della vita: innamorata della scrittura e poi di Ricardo Guerra, non accetta il comportamento prevaricatore dell’uomo che tende a sminuirne le capacità letterarie soffrendo di un forte complesso di inferiorità. Il successo della donna, infatti, risulta impossibile da accettare per l’uomo che sta attraversando, al contrario di Rosario, un momento di stasi intellettuale e di mancanza di creatività. Nei fogli lasciati bianchi da Ricardo accanto alla macchina da scrivere c’è la metafora del vuoto degli argomenti del maschio che vomita la sua rabbia vendicativa sulla femmina cercando di tarparle le ali con prepotenza, l’unica arma di cui è in possesso; nella sua sigaretta che si consuma abbandonata nel posacenere una personalità corrosa dall’invidia.

L’attività intellettuale svolta tra le quattro mura domestiche, il lavoro all’università e l’esperienza della maternità giunta quando ormai sembrava insperata sono messe in scena alternandosi continuamente con flashback in cui ci vengono mostrati i primi approcci amorosi tra Rosario e Ricardo. Il confronto insistente tra passato e presente ci obbliga a riflettere sulla caducità delle passioni e dei sentimenti e su quanto essi siano a volte solo proiezioni dei nostri più intimi desideri. Quello che c’è tra i due protagonisti si può definire a tutti gli effetti amore o deve essere interpretato in altro modo? I protagonisti restano legati nonostante sia chiaro ad entrambi che non potranno mai essere felici insieme. L’indipendenza ricercata, ottenuta e poi difesa con le unghie da Rosario va a scapito della sua storia d’amore: in un’epoca in cui la donna deve decidere tra l’essere madre, lavoratrice o casalinga la protagonista sceglie di essere semplicemente se stessa andando incontro alle conseguenze inevitabili di una vita infelice. Negli anni che seguiranno la rivoluzione ideologica di Rosario molte saranno coloro che troveranno nel suo esempio il coraggio di alzare la testa e rivendicare il proprio diritto di essere donna. Il sacrificio della Castellanos, morta giovanissima per un banale incidente domestico, non sarà mai dimenticato, anche grazie alla preziosa e intimistica pellicola di Natalia Beristain.

Gabriele di Grazia


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…