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Pubblicato il 30/10/2017 da Gabriele di Grazia in ,
 
 

#RomaFF12: incontro con Jake Gyllenhaal, interprete da Oscar in Stronger

Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare nell’ambito della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, l’interprete dell’acclamato Stronger (leggi la recensione), Jake Gyllenhaal, che si è prestato a molte domande raccontando anche curiosi aneddoti riguardanti la sua carriera. Il mediatore dell’incontro ha organizzato l’intervista sulla base di varie clip tratte da alcuni tra i più noti film a cui l’attore ha preso parte che sono state proiettate sul grande schermo in lingua originale, accolte ogni volta dall’ovazione del pubblico presente, in maggioranza femminile.

Partendo da una famosa sequenza dell’horror fantascientifico del 2001, Donnie Darko, una pellicola che al botteghino non incassò molto per poi assurgere a vero e proprio cult generazionale solo negli anni a venire, Gyllenhaal ha confidato di non aver mai creduto, all’epoca, che un giorno questo film sarebbe stato addirittura venerato da un pubblico così vasto. La star di Hollywood ha raccontato di aver visto del potenziale nella sceneggiatura e di essersi impegnato per far arrivare alla gente la sua performance migliore. “All’epoca facevo molti provini,” ha detto, “ma erano pochi i film per ragazzi ad avere una trama così originale. Ero sicuro che questo film sarebbe arrivato dritto al cuore del pubblico, e così accadde. Anche se all’inizio non ebbe molto successo, ma succede sempre così alle pellicole che sono considerate dei cult”. Il successo di Donnie Darko, secondo l’interprete, è dovuto al fatto che il film abbia più livelli di lettura, tra cui quello fantascientifico, e che sia incentrato su una storia umana che tocca la gente e le fa provare empatia per i personaggi.

È stato poi il turno di Jarhead, film di guerra del 2005 diretto da Sam Mendes in cui Gyllenhaal veste i panni di un marine. L’attore ha rivelato al pubblico di non aver mai avuto esperienze militari prima alle riprese e di essersi preparato studiando due suoi amici facenti parte della marina militare degli Stati Uniti e del Corpo dei Marines per entrare al meglio nel personaggio. Il regista, inoltre, lo aiutò molto facendolo stare per oltre un mese in un vero campo militare dove, insieme al resto del cast, si sottopose a delle prove fisiche che non solo lo aiutarono ad entrare nel ruolo, ma lo arricchirono molto sia professionalmente che umanamente. Riflettendo sulla differenza di genere tra il film precedente e Jarhead Gyllenhaal ha dichiarato che “cerco sempre di fare film diversi tra loro senza prediligere un genere preciso perché sono più attratto dalle esperienze umane. Sono attratto dall’inconscio, e come di notte faccio sempre sogni diversi, così mi piace variare nel mio lavoro”.

La terza clip ad essere stata mostrata è stata la famosa scena di intimità con Heath Ledger in I segreti di Brokeback Mountain, di Ang Lee. Gyllenhaal si è detto entusiasta di essere stato scelto dal regista per prendere parte al film di cui già da tempo aveva letto la sceneggiatura, commovendosi: “Molti mi chiedono ancora se fossi realmente consapevole dei rischi che stavo correndo accettando la parte nella pellicola. Io rispondo sempre che per me non ci fu nessun rischio: era solo una storia d’amore tra due persone, non importa di quale sesso”. L’attore, circa l’apertura di Hollywood nei confronti di film incentrati su due persone gay che si amano, ha aggiunto che, anche se oggi è molto più facile portare al cinema storie del genere rispetto al passato, ultimamente negli USA si sta verificando un preoccupante degrado culturale nutrito da una paura inconscia della gente nei confronti dell’altro.

A proposito di una clip con Mark Ruffalo tratta da Zodiac, thriller di Fincher, Gyllenhaal ha raccontato di aver ripetuto quella scena almeno tre volte prima che il regista fosse pienamente soddisfatto del risultato, e che, siccome la interpretava ogni volta usando parole diverse, alla fine non era più sicuro di cosa stesse dicendo. “Io non sono uno di quegli attori che imparano tutto a memoria. Rispetto il testo, ma rispetto anche il momento. Chiaramente dipende anche da ciò che decide il regista e da che tipo di energia richiede. Fincher, ad esempio, è uno molto preciso. A volte improvviso sul set, altre volte mi attengo alla sceneggiatura, ma la mia parola d’ordine è sempre “preparazione” ha concluso l’attore.

Si è passati poi a Lo sciacallo – Nightcrawler, una delle pellicole più recenti e meno fortunate di Gyllenhaal per cui l’attore arrivò a dimagrire diversi chili per entrare nei panni di un operatore video disposto a tutto pur di vendere il suo materiale ai network televisivi. Incalzato da una curiosità rivoltagli da parte del mediatore sullo sguardo fisso nel vuoto sfoggiato nella pellicola, Gyllenhaal ha rivelato che “quel mio sguardo così inquietante è stato casuale, ma volevo che il mio personaggio fosse un tipo molto volitivo. I suoi discorsi dovevano essere pronunciati con un certo ritmo, e lo sguardo fisso come quello di un animale che va a caccia era utile al mio scopo”.

L’ultimo film preso in causa dall’intervistatore è stato il capolavoro dello stilista e regista Tom Ford, Animali notturni. Gyllenhaal, che ha definito il film semplicemente “la storia di un dispiacere che ti invade e che ti spezza il cuore”, ha descritto il lavoro di Ford come qualcosa di più di una semplice ricerca dell’estetica; un lavoro che attira il pubblico perché sincero e con una storia potente da raccontare.

Al termine dell’incontro in sala è stata proiettata una scena de La strada di Fellini, il film italiano preferito dall’attore. “Me lo fece conoscere mio padre,” ha ricordato la star, “e da allora è rimasto nel mio cuore. È il film italiano a cui sono più legato perché è grazie a questo film che mio padre di appassionò di cinema ed in seguito trasmise a me la sua passione. Grazie a questo film sono qui con voi oggi. Gli attori di La strada sono eccezionali, e l’atmosfera da circo che si respira è un elemento in cui mi trovo”.

Prima di salutare Gyllenhaal ha pronunciato i nomi di due registi, uno del passato e uno del presente, con cui avrebbe voluto lavorare: Fellini e Almodòvar.


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…