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#RomaFF12: I, Tonya, un biopic politicamente scorretto

Recensione di I, Tonya, di Craig Gillespie con Margot RobbieSebastian StanAllison JanneyBojana Novakovic e Caitlin Carver. Presentato nel catalogo della Selezione ufficiale alla dodicesima Festa del Cinema di Roma.

Tra finzione e realtà, la pellicola ripercorre la vita e la carriera della pattinatrice Tonya Harding (Margot Robbie) dai primi passi allo scandalo che la coinvolse nel 1994 durante le Olimpiadi. L’atleta, infatti, venne coinvolta nell’aggressione ai danni della rivale sportiva Nancy Kerrigan finendo sui rotocalchi di tutto il mondo e terminando la sua carriera di pattinatrice per sempre. Con un linguaggio sfrontato e divertente il film racconta una delle figure più controverse dello sport americano concentrandosi sui suoi problemi personali, sull’opprimente influenza della madre (Allison Janney) e sul violento rapporto con l’ex marito, Jeff Gillooly (Sebastian Stan).

Il film si apre dichiarando che tutto ciò che vedremo è “tratto da interviste assolutamente vere, totalmente contraddittorie e prive di qualsiasi ironia con Tonya Harding e Jeff Gillooly”. Ci si aspetterebbe di assistere, dunque, ad un prodotto sobrio e senza particolari sorprese, e invece sin dalla prima scena I, Tonya appare come una pellicola totalmente scanzonata che calca la mano sui personaggi portandoli al parossismo e facendogli compiere azioni al limite dell’idiozia. I video di partenza che hanno ispirato il regista, va detto, sono un materiale ricco da cui attingere: personaggi reali come quello della madre e del complice di Jeff, che vengono mostrati durante i titoli di coda in immagini di repertorio mentre si apprestano a rispondere alle domande dei giornalisti, sembrano essere usciti da una commedia di bassa lega, di quelle che vengono trasmesse direttamente in TV, e nemmeno su canali troppo noti. Si ha lensazione di vedere Una pallottola spuntata mentre uno degli scagnozzi, quello investito dell’arduo compito di rompere il ginocchio di Nancy, tenta di scappare nei corridoi del palazzetto dello sport trovando la fuga rompendo il vetro di una porta d’emergenza con una testata. Ciò a cui si assiste, dunque, è una serie di gag umoristiche che coinvolgono a rotazione tutti i personaggi, in primis la madre di Tonya, uno dei personaggi femminili più cinici che il cinema abbia mai partorito.

Margot Robbie, inutile dirlo, è perfetta nel ruolo della pattinatrice dai movimenti soavi e dal carattere burrascoso. Con uno sguardo arrabbiato che sembra esserle rimasto cucito addosso da Suicide Squad, l’attrice buca lo schermo ad ogni inquadratura attirando su di sé tutta l’attenzione dello spettatore. Merito anche di una sceneggiatura che le dà modo di esprimere al meglio le sue doti recitative e di sequenze incredibilmente coreografiche che la vedono compiere piroette da capogiro sul ghiaccio. E proprio le scene in cui la Robbie indossa i pattini sono quelle più memorabili: non importa se il suo viso sia stato aggiunto al computer sul corpo di una vera pattinatrice, l’effetto è comunque straordinario. La colonna sonora che recupera alcuni dei più noti pezzi rock e dance degli anni 70 e 80 è strabiliante e dà alla pellicola il sound giusto che si sposa alla perfezione con l’atmosfera ridanciana che vuole trasmettere. Il film non è il capolavoro paventato da gran parte della stampa. Dopo una parte iniziale esilarante la storia si adagia un po’ e perde di mordente, come fosse rimasta senza benzina, ma ci si passa sopra. Nulla da dire per quanto riguarda le interpretazioni di tutto il cast, in particolare Sebastian Stan e Allison Janney che regalano al pubblico momenti di cattiveria pura che provocano qualche brivido di colpevole piacere lungo la schiena. I, Tonya farà sicuramente parlare di sé per la grazia di Margot Robbie e per il linguaggio politicamente scorretto che esibisce fieramente dall’inizio alla fine del film. Da vedere.

Gabriele di Grazia


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…