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Pubblicato il 25/02/2017 da Anna Pennella in , ,
 
 

Recensione di Rosso Istanbul: Ozpetek si avvolge su se stesso

La Recensione di Rosso Istanbul, il film del 2017 scritto e diretto da Ferzan Ozpetk (e coscritto da Gianni Romoli, Valia Santella), tratto dall’omonimo romanzo di Ferzan Ozpetek. Nel cast: Tuba Büyüküstün, Halit Ergenç, Mehmet Gunsur, Nejat Isler, Serra Yilmaz. Il film uscirà nelle sale italiane il 2 marzo 2017.

Per la scheda tecnica clicca qui.

Con Rosso Istanbul Ferzan Ozpetek mette in scena una storia introspettiva e intima, trasposizione del suo omonimo romanzo uscito per Mondadori nel 2013. La storia racconta di Orhan Sahin e del suo ritorno a Istanbul dopo 20 anni di assenza volontaria. Come editor deve aiutare Deniz Soysal, famoso regista cinematografico, a finire la scrittura del suo libro. Ma Orhan rimane intrappolato in una città carica di rimossi. Si ritrova sempre più coinvolto nei legami con i famigliari e gli amici di Deniz che sono anche i protagonisti del libro che il regista deve finire. Soprattutto Neval e Yusuf, la donna e l’uomo a cui Deniz è più legato, entrano prepotentemente anche nella vita di Orhan. Quasi prigioniero nella storia di un altro, Orhan però finisce per indagare soprattutto su se stesso, riscoprendo emozioni e sentimenti che credeva morti per per sempre e che invece tornano a chiedergli conto per poter riuscire a cambiare la sua vita.

 

La storia portata sullo schermo è una storia fatta di personaggi sofferenti, di figli che hanno abbandonato le proprie madri e la propria patria, sono persone che hanno messo, a loro scapito, l’amore sopra ogni cosa. Ognuno di questi personaggi è legato dalla comune sofferenza per un passato che si ripresenta costantemente nelle pagine del libro di Deniz e che Ophran utilizza per capire i legami che Deniz ha con le persone che Ophran conosce durante la sua permanenza a Istanbul.

Uno dei primi probloemi che affiorano da Rosso Istanbul è la scrittura dei dialoghi che entrano prepotentemente nel film subordinando il linguaggio dell’audiovisivo ed entrano nelle bocche dei personaggi come fossero aforismi o proclamazioni retoriche. Non ci sono scambi verbali autentici tra i personaggi e la consapevolezza delle loro frasi diventa una specie di dogmatismo coscienzioso innaturale. Della città a cui Ozpetek fa un omaggio a partire dal titolo stesso del film c’è davvero poco: la vediamo attraverso il Bosforo nel suo fascino mix di modernità e arcaismo ma non basta. Non si respira l’atmosfera della città, nemmeno quando Ozpetek inserisce due questioni attuali come quella curda e quella “della madri del sabato”. Interessante è invece come il regista ha voluto dare vita alla città attraverso i suoni, dando allo spettatore la sensazione che essa sia effettivamente un cantiere a cielo aperto. Trivelle, ambulanze, manifestazioni e campane sono forse i personaggi più iconici di Istanbul.

Della tensione politica di questi anni manca tutto, nonostante la narrazione proceda con una tensione che lascia credere che possa succedere qualcosa in ogni momento. Peccato che però il film sembra girato solo per il regista stesso e non pensato per il pubblico.

Anna Pennella


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La Redazione