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Pubblicato il 02/03/2017 da Anna Pennella in , ,
 
 

Recensione de Il Padre d’Italia: un film che… “Ma non ce la fa”

Recensione de Il padre d’Italia, il film del 2017 diretto da Fabio Mollo con Luca Marinelli, Isabella Ragonese, Anna Ferruzzo e Mario Sgueglia, dal 9 marzo 2017 nei cinema.

Per la scheda tecnica clicca qui.

 

Quello che non ho capito de Il Padre d’Italia è come possa essere piaciuto ai miei colleghi giornalisti. Il film diretto da Fabio Mollo è vuoto, del tutto inconsistente, e aggiungerei anche un po’ pretenzioso. Certo non mi chiamo David Foster Wallace e non sto parlando di Magnolia di Paul Thomas Anderson (così lo scrittore aveva definito quel capolavoro), ma trovo che il secondo lungometraggio diretto del regista calabrese si sia allargato un po’ troppo fin da subito: pensiamo semplicemente al titolo, pensiamo al ruolo di Isabella Ragonese che interpreta i panni di una Madonna moderna, ma che di moderno ha in realtà ben poco se non i capelli rosa e il bomber brillantinato con una toppa della madonna cucita dietro (appunto). Ma poi il resto? Il tema della paternità e del diritto o meno di crescere un figlio da parte di una persona omosessuale o da una donna che non ha un compagno con cui creare un modello famigliare tradizionale è una questione, a mio avviso, già superata. Ma se Mollo ci teneva veramente e ad ogni costo a parlare di questo tema in Italia visto che potrebbe benissimo pensare che siamo in un paese fatto di provinciali e provincialismi (che poi bisognerebbe accettarlo una volta per tutte e andare avanti. Siamo nel 2017, a chi bisogna ricordalo ancora?) perché doverlo raccontare attraverso una storia in cui il personaggio femminile sembra del tutto incosciente di mettere al mondo una creatura? Perché a questo punto il problema su cui bisogna tornare a parlare è la prevenzione o l’aborto.

 Il Padre d’ Italia si definisce un road movie nel quale però non vediamo nulla delle tappe che i due protagonisti fanno: Torino? C’è solo la pseudo Ikea dove Paolo (Luca Marinelli) 30 anni, lavora come impiegato e una discoteca dove casualmente incontra Mia (Isabella Ragonese), una donna dallo spirito libera che sviene in mezzo alla pista, probabilmente perché l’alcool e le droghe quando si è incinta non fanno troppo bene. Seconda tappa? Asti, e non vediamo nulla anche di quella. Poi è la volta di Roma: nulla; a seguire c’è Napoli dove vediamo giusto due vie e, infine, un paesino in provincia di Reggio Calabria dove finalmente respiriamo un po’ di scene di mare. Se penso però ai veri road movie come Easy Rider, Un re allo Sbando (appena uscito), Il Sorpasso, La Rabbia Giovane, come a Zabriskie Point, Belli e Dannati o Thelma & Louise vedo i paesaggi, vedo i luoghi attraversati a piedi o in macchina dai personaggi, vedo che questi paesaggi trasformano i protagonisti, ma ne il Padre d’Italia tutto invece è decontestualizzato, Paolo e Mia potrebbero essere ovunque.

Mia è incinta e non sa di chi, o almeno questa è la domanda che secondo il regista lo spettatore non deve porsi. Paolo invece è omosessuale e da poco si è lasciato con il compagno Mario (Mario Squeglia) perché quest’ultimo voleva fare famiglia mentre Paolo crede che in Italia oggi non sia possibile crearsi una famiglia. Ma durante il viaggio, Paolo riesce a capire grazie a Mia che è solo terrorizzato all’idea di avere un figlio perché da omosessuale ha sempre avuto la convinzione che sia contro natura crescere un figlio con due padri. Il problema però, almeno a livello di sceneggiatura, è che Paolo ha una paura ben più grande di quella che Fabio Mollo ha voluto far credere per parlare di temi attuali come le coppie di fatto o l’adozione di figli da parte di coppie omosessuali: Paolo è stato abbandonato dai genitori, è cresciuto in un orfanotrofio di suore dove ha vissuto fino a 18 anni. Il problema di Paolo è un trauma che risale all’infanzia e che non è legato alla questione di genere, ma a quello più problematico e strutturale dell’abbandono.

I problemi di sceneggiatura si riflettono poi, inevitabilmente, sugli attori. Di Marinelli forse si può dire che sia la sua peggiore interpretazione e, lo si dice a malincuore. Isabella Ragonese non sa di nulla e basta.

Detto ciò, non mi dilungo ancora molto perché probabilmente non ne vale la pena. Aggiungo però che l’accostamento che il regista ha fatto con Xavier Dolan è assai un eufemismo, perché in realtà c’è una scena che reputo totalmente scopiazzata (quella in cui Paolo e Mia camminano indossando vestiti colorati e ci sono tutti gli abitanti del paesino di Reggio Calabria che guardano attoniti i due mentre ridono, tutto girato in ralenti). Se penso che poi Fabio Mollo durante la conferenza stampa a Roma abbia detto di essersi anche ispirato a Una Giornata Particolare di Scola, allora ripenso sempre al titolo. Come ci si fa ad appropriare dell’Italia se fra dieci anni, chiunque veda questo film, non capirà mai perché sia tanto difficile oggi trovare lavoro, mettere su famiglia, essere omosessuali, quando un titolo umile e poetico come Una Giornata Particolare è pieno invece di elementi che contestualizzano la storia in un periodo storico che tutti riconosciamo, nonostante siano passati più di 50 anni?

Ecco perché il film è un po’ pretenzioso, ecco perché il film manca di un’anima e di onestà professionale.

Anna Pennella


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