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Pubblicato il 16/03/2017 da Anna Pennella in , ,
 
 

Recensione di Autopsy: il magnetismo di un cadavere che ha sofferto

Autopsy è un film horror del 2017 direto da Andrè Øvredal e interpretato da Emile Hirsh, Brian Cox, Kelly Olwen. 

Per la scheda tecnica clicca qui. Il trailer lo trovate qui sotto:

Un cadavere al centro della storia, un cadavere da cui sei attratto, perché è bellissimo, perché assomiglia a una scultura o al ritratto di Dorian Grey.

A dover fare l’autopsia a questo cadavere ci sono Brian Cox e suo figlio Emile Hirsh (bravi, umani, credibili) che lavorano nel loro morgue costituito da lunghi corridoi claustrofobici.  Il cadavere viene aperto, esaminato, ma ha la capacità di rigenerarsi e di provocare effetti devastanti all’ambiente e alle persone circostanti. Nasconde una violenze repressa, prodotto di sofferenze indelebili e di crudeltà. Il regista quando si è trovato i produttori di fronte ha capito fin da subito che il cadavere doveva essere il polo magnetico del film, e questo lo si percepisce dalla scelta dell’attrice, una donna giovane e bellissima, ma lo si capisce ancora di più dalla scelta delle inquadrature che, ossessivamente, si concentrano con dei primissimi piani sul volto pallido e attraente di Kelly Olwen. Il padre, Brian Cox, si immola per liberare il cadavere dalle sofferenze, per salvare il figlio dalla violenza che suscita questo dolore. Sembra quasi la storia di Cristo, non vi pare?

E come la cristologia, Autopsy non è fatto di corpi, nonostante il cadavere, nonostante il sangue, è fatto di vuoti, di presenze fantasmatiche, di ombre dalle quali è impossibile difendersi. Il regista opera proprio come un medico che deve fare l’autopsia su una donna morta troppo presto: con grazia ed eleganza cuce le scene una dopo l’altra, abbandonando la ripresa sporca, la camera a mano e qualsiasi found footage (di cui Trolljegeren rimane uno degli esempi migliori). Il film racconta di eventi soprannaturali certo, ma l’indagine scientifica in corso è coerente, nulla eccede.

La messinscena punta a creare paura su quello che potrebbe essere e non è, sull’immaginazione di un essere umano spaventato che si convince di vedere qualcosa che poi spesso non esiste. E per quel cadavere, da cui siamo attratti, da cui i personaggi sono attratti, proviamo anche una specie di pietas spontanea.
André ha capito la psicologia della paura e della malvagità.

Anna Pennella


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Anna Pennella

 
La Redazione