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Pubblicato il 30/06/2017 da Gabriele di Grazia in ,
 
 

La recensione di Codice Criminale: un film crudo

La recensione di Codice Criminale di Adam Smith con Michael Fassbender, Brendan Gleeson, Lyndsey Marshal, Rory Kinnear, dal 28 giugno nei cinema.

La verde campagna del Gloucestershire, ricca contea nel sud-ovest della Gran Bretagna, è il regno dei Cutler, i componenti di una storica famiglia di criminali che, incuranti di ogni legge, vivono di rapine, corse d’auto ed inseguimenti con la polizia che non riesce mai a coglierli con le mani nel sacco. Chad (Michael Fassbender), la cui vita si divide tra il letto della sua roulotte e le folli corse a bordo di una station wagon scassata con cui va a caccia di lepri insieme a tutta la famiglia, tenendo il figlioletto di otto anni in braccio e al volante, è diviso tra il rispetto che nutre per il padre, il fiero capobanda, nonché pastore della comunità, Colby (Brendan Gleeson), e il desiderio di far vivere a sua moglie Kelly (Lyndsey Marshal) e ai suoi figli un’esistenza migliore. Quando finalmente l’uomo decide di prendere le distanze dal genitore e di abbandonare, così, la sua vita da fuorilegge, la rabbia di Colby non tarda a farsi sentire. Con la polizia alle calcagna ed un sistema che non gli permette alcuna redenzione, il destino di Chad sembra segnato in partenza. Occorrerà un sacrificio doloroso per accendere un barlume di speranza e dare una possibilità alla sua famiglia.

Basato su una storia vera e vagamente ispirato a Gatto nero, gatto bianco di Emir Kusturica, Codice criminale è un film ruvido che non si perde in chiacchiere e che preferisce andare subito al sodo mostrando scene d’azione convincenti e confronti padre-figlio davvero credibili. Nonostante sia una pellicola dal sapore indie, che procede per sottrazione senza mai eccedere in grandi scene caotiche anche là dove la storia lo richiederebbe, la sceneggiatura di Alastair Siddons tiene lo spettatore incollato allo schermo e conferisce alla storia quel giusto brivido di tensione che la attraversa senza mai abbandonarla fino al catartico epilogo. Molto del merito va agli straordinari Gleeson e Fassbender che danno una caratterizzazione del tutto personale ed imprevedibile ai loro personaggi, rappresentazioni veritiere di un’umanità disperata e al limite e allo stesso tempo figure ataviche e cariche di un’epicità fuori dal comune.

Chad, padre amorevole e marito affettuoso, ma succube del padre e di una tradizione, quella del crimine, che lo immobilizza in uno stato sociale ai margini della società, è come un’auto portata al limite e destinata a schiantarsi. La violenza che esplode all’improvviso senza mai arrivare al bersaglio (l’uomo in un eccesso d’ira se la prende con un ragazzo dagli evidenti problemi mentali, ma quando deve vedersela faccia a faccia col padre non riesce a sferrare il colpo) raffigura la lotta impotente di un individuo contro i muri innalzati da una società profondamente cristallizzata nel pregiudizio e decisa a tarpare le ali di coloro che, pur non possedendo i mezzi per attuarlo realmente, ambiscono ad un cambiamento radicale.

Adam Smith ha sicuramente il merito di apportare con la sua regia una grazia non comune per questo genere di pellicole: gli sguardi tra Chad, la moglie e il figlio, sempre al centro dell’interesse della macchina da presa, emanano una verità e un calore che avvolgono il pubblico in sala e lo rendono completamente partecipe del dramma vissuto dai personaggi. Chad e Colby sono due facce della stessa medaglia; due forze, una centrifuga, l’altra centripeta, che finiscono per bilanciarsi restando immobili. Codice criminale non è un film perfetto, e durante i titoli di coda si ha l’impressione che manchi qualcosa, che il finale della storia sia stato lasciato in sospeso e orfano di una risoluzione potente tra i vari personaggi. Rimane comunque la sensazione di aver assistito ad una pellicola importante e ad una delle più grandi prove attoriali di Michael Fassbender e Brendan Gleeson.

Gabriele Di Grazia

 

 


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…