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La recensione di Blade Runner 2049: un respiro profondo, trent’anni dopo…

La recensione di Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, in uscita giovedì 5 ottobre. Nel cast Ryan Gosling, Harrison Ford, Dave Bautista, Jared Leto, Ana de Armas, Robin Wright, Mackenzie Davis, Carla Juri, Lennie James, Barkhad Abdi, David Dastmalchian, Hiam Abbass e Wood Harris

Trama: Los Angeles, 2049. La Tyrell Corporation ha ormai da tempo chiuso i battenti e i replicanti ancora in circolazione vengono progressivamente “ritirati”. Solo quelli di ultimissima generazione, sottoposti a controlli più restrittivi, rimangono operativi: uno di questi è il blade runner K (Ryan Gosling), il quale scopre uno sconvolgente segreto che riguarda il futuro stesso delle creature sintetiche.

RECENSIONE NO SPOILER

Un respiro profondo. Trent’anni dopo rispetto a quella Los Angeles che fu pietra miliare e fulgido primario esempio di cinema post-moderno, dove Ridley Scott ambientò il suo 2019 cupo, angosciante e dal fascino imperituro, il cineasta canadese Denis Villeneuve ambienta il suo, di futuro. E il suo film arriva a distanza di trentacinque anni dal predecessore. La sfida impossibile, la Mission Impossible, secondo molti, avrebbe richiesto un Villeneuve in grado di trasformarsi in una sorta di Ethan Hunt della regia. Capace di compiere il miracolo. Comprensibile, lo scetticismo. D’altronde nemmeno l’agente K (Ryan Gosling) aveva mai assistito ad un miracolo.
Al regista di Prisoners e Sicario forse serviva, principalmente, una caratteristica primaria fondamentale: il coraggio. Il coraggio, in primis, di affrontare un progetto di tale portata, con il rischio di venire, nella migliore delle ipotesi, subissato di critiche in caso di esito negativo. E il coraggio di estendere ciò che Scott, tra mille peripezie, tra Final e Director’s Cut, plasmò nel 1982.
Questo coraggio non è mancato a Villeneuve perché se Blade Runner 2049 è un’operazione riuscita ed efficace, seppur necessariamente inferiore al capolavoro che fu, lo deve soprattutto alla straordinaria audacia del suo direttore d’orchestra, capace di equilibrare perfettamente il suo talento e la sua personale visione artistica con la materia prima, con gli elementi primari. La terra, l’aria, l’acqua, il fuoco.
Perché Blade Runner 2049 rispetto al suo precursore, già ricco di forti legami con l’ambiente circostante, è un film che aumenta la sua connessione con gli elementi. L’immensità della terra sabbiosa, il gelo del vento che accompagna la pioggia, compulsiva e ossessiva, trait d’union tra quello che fu e quello che è ora il mondo, i suoi abitanti. Los Angeles. Sporca, viscida come la placenta che viene tolta dai replicanti, quasi un’enorme discarica a cielo aperto, come si evince da una spettacolare panoramica dall’alto, quasi a confermarcela. Il fuoco di una casa bruciata e l’acqua, un’attrice d’accreditare nel cast per come partecipa attivamente al movimento del film, nonostante vada alla velocità opposta della narrazione. Blade Runner 2049 è un’opera dal passo portentoso, che viaggia ad una sua velocità perché conscia delle sue qualità. Liberamente ispirato al romanzo di Philip K. Dick, Il cacciatore d’androidi, il Blade Runner di Ridley Scott, apertamente sottovalutato al momento dell’uscita nelle sale in quanto unicum nella storia del cinema fino ad allora, è storia che trascende i generi e abbina gli stilemi del noir – a cui più s’avvicina – a quelli della fantascienza, è un racconto stratificato e affascinante proprio perché difficile da leggere  con disinvoltura, talmente pregno di riflessioni filosofiche, esistenziali, ed intriso di pessimismo verso un orizzonte privo d’umanità. Il Blade Runner di Denis Villeneuve invece è, bisogna dirlo, meno profondo – seppur lo sia più di quanto possa apparire – in relazione a ciò che propose con forza all’epoca il film precedente.
Ecco allora che la trama principale e solamente abbozzata vede l’agente K (Ryan Gosling) venire a conoscenza di un segreto sconvolgente e mettersi alla ricerca dell’ex-agente Rick Deckard (Harrison Ford), scomparso nel nulla da anni.


Un film semplice nelle dinamiche, pur sempre funzionali e coerenti alla narrazione. Così come sono funzionali tutti gli attori, da un Ryan Gosling che si cala alla perfezione in un personaggio che “anche senz’anima sta bene”, salvo poi regalare un lungo struggente primo piano, in piena lotta tra la realtà dei ricordi e la creazione degli stessi. A Harrison Ford che rispolvera uno dei suoi personaggi più iconici, blade runner per antonomasia, Rick Deckard: logoro, invecchiato ma sempre combattivo, a cui Villeneuve e gli sceneggiatori Hampton Fancher e Michael Green, riservano uno spazio adeguato e organico al racconto. Ottimo anche Jared Leto, nell’ambiguo e mellifluo ruolo del successore cieco di Tyrell, Niander Wallace, ruolo inizialmente pensato (a ragione) per David Bowie, e notevole il cast secondario.
Da antologia, soprattutto, alcune sequenze tra Gosling e Ford sulle note di Can’t Help Falling in Love e Suspicious Mind di Elvis, dello stesso Gosling davanti al juke box con l’ologramma di Frank Sinatra e in una scena intima e molto commovente con la sua partner virtuale.
Fondamentale è l’apporto di Roger Deakins per la fotografia e di Dennis Gassner per le scenografie, giganti in grado di creare degli autentici capolavori contemporanei d’arte visiva, straordinari per la capacità di passare da un contesto all’altro, dal neon intermittente all’oscurità della metropoli fino al bianco accecante della neve. Efficace anche il lavoro di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch con le musiche, in un mix tra vecchio e nuovo dal magnetismo inferiore rispetto alle partiture di Vangelis nel film originale ma che ben si miscelano con il maestoso impianto visivo.
Sporcato da una durata probabilmente eccessiva – che comunque non appesantisce più di tanto la narrazione – e da alcune lievi momenti di stanca in sede di sceneggiatura, Blade Runner 2049 è quel respiro profondo in cui tanto speravamo. 
Trent’anni dopo, Los Angeles. 2049. Fiocchi di neve, luci al neon, pioggia battente. Impercettibili, intermittenti, perenni.
I ricordi, tra creazione e realtà. Tra amore e sofferenza.
Trent’anni dopo: Blade Runner.

Davide Sica


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Davide Sica

 
Sono nato a Lecco nel 1987, su quel ramo del lago di Como. Dopo aver terminato gli studi superiori decido di vincere la timidezza partecipando a svariati seminari teatrali. Frequento per tre anni la scuola di recitazione del Centro Teatro Attivo di Milano e studio doppiaggio professionale con Aldo Stella. Nel frattempo mi diplomo in film editing all’Accademia dello Spettacolo e studio storia e critica del cinema. Metto in fila negli anni esperienze nel cinema indipendente, nell'animazione turistica, in radio e sul web. Tante cose e un unico comune denominatore: il cinema. Ecco il mio sito: www.davide-sica.it