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Pubblicato il 27/02/2017 da Erica Belluzzi in ,
 
 

Perduto e ritrovato il cortometraggio del primissimo Godard, Une Femme Coquette

Si pensava fosse andato perduto e invece è ricomparso in rete una manciata di giorni fa, per di più sottotitolato in inglese, un cortometraggio di Jean-Luc Godard, il secondo contributo registico dell’allora venticinquenne sconosciuto regista che cambiò il corso della Nouvelle Vague, del cinema francese e incise per sempre il suo nome nella la settima arte.
A far uscire il coniglio bianco dal cilindro è stato David Henslin, un cinefilo australiano che per ridare al mondo un’opera  a lungo considerata perduta nell’oblio di qualche archivio distrutto ha scelto YouTube. Non un convegno, non un Festival, ma l’abusata piattaforma che ospita contenuti di ogni tipo.
Già su questa scelta, che non possiamo non considerare l’apoteosi della distribuzione dell’opera d’arte a domicilio –ah, come non ci si dimentica così in fretta del buon vecchio Benjamin–  si potrebbe parlare per molto e molto tempo.
L’emozione è enorme, impagabile la fortuna di poter vedere questo cortometraggio di poco più di 9 minuti firmato Hans Lucas – pseudonimo adottato da Jean-Luc Godard quando negli anni ’50 scriveva sui Cahier Du Cinéma di Andre Bazin e sulla rivista Gazette du Cinéma. L’opera, liberamente tratta da una novella di Guy De Maupassant, Le Signe (Il Segnale), prende il titolo di Une femme coquette (Una donna maliziosa) e fu girata nel 1955 a Ginevra con una cinepresa semi-professionale da 16 millimetri avuta in prestito da in prestito dalla Actua Film.
Coquette è, letteralmente la civetta, la coquetterie il reato di cui una novella sposa si macchia quando, un mattino d’inverno, anziché andare a casa a cucinare per il marito, decide di speziare la sua giornata.

 

Jacques e io andiamo molto d’accordo, ma sono infelice ora, l’ho imbrogliato. Non l’ho fatto apposta, ma non so se devo confessarglielo. Ti scrivo per chiederti consiglio”.
Così inizia il calvario di Agnès, una pressoché sconosciuta Maria Lysandre, che china al tavolo abbandona nella lettera per l’amico François un diario intimo di una giornata di follia. Inizia così il flashback, illustrato dalla voce narrante della missiva, del tradimento della giovane che, incuriosita dai sorrisi di una donna che adescava clienti alla finestra, decide di testare il proprio fascino ai danni di un incauto passante.
Ammirata dalla graziosa maniera di praticare un lavoro orribile”, Agnès è sopraffatta da un desiderio sconosciuto; mossa forse dalla noia o forse dalla voglia di mettersi ancora alla prova come donna, come seduttrice, come sirena ammaliatrice, si scoglie i capelli prima pudicamente composti ed è presa da “un’idea pazza”.
Ma la mania  è impossessata di lei “dovevo assolutamente farlo”. Tutto ai suoi occhi è complice di un piano delittuoso, ogni cosa contribuisce alla realizzazione di questo folle volo, di cui l’uomo seduto su una panchina del Rosseau Parc non può che essere l’olocausto di un desiderio di sentirsi ancora viva. Lambiccandosi in pensieri civettuoli (che genere di sorriso dovrò avere? Femminile o da Ifigenia?), Agnès riesce, coraggiosamente, ad ammiccare e in men che non si dica il pesce abbocca, lei scappa, forse colta da una repentina consapevolezza o forse spaventata, ma lui la insegue e alla fine “che cosa avrei potuto fare?”.

L’allure è la stessa del magnifico Masculin, féminin (Il maschio e la femmina) del 1966, mentre il senso di disperazione dato dall’abitudine di un quotidiano femminile spesso noioso fatto di subalternità al maschio, in cui l’unico per riuscire a dominarlo è attraverso la sessualità, ricordano la desolazione di Belle de jour di  Luis Buñuel del 1967.

Di seguito, l’opera. Da non perdere


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