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Pubblicato il 25/01/2018 da Gabriele di Grazia in , ,
 
 

Made in Italy, la carica rock e lo spirito ribelle di Luciano Ligabue per un film che fa riflettere

La Recensione di Made in Italy di Luciano Ligabue con Stefano AccorsiKasia Smutniak, Tobia De Angelis, Fausto Maria SciarappaWalter Leonardi e Filippo Dini. Dal 25 gennaio nei cinema.

È difficile vivere nella piccola Reggio Emilia per Riko (Stefano Accorsi), un uomo i cui sogni si sono spenti ormai da tempo tra i corridoi della ditta dove lavora insaccando salumi dalla mattina alla sera. La vita coniugale con Sara (Kasia Smutniak), una bellissima donna che sembra ormai aver perso il sorriso, non va meglio da quando ha scoperto che la donna ha un’avventura extra coniugale e con lui condivide poco più che il tetto dove abitano, oltre che un figlio poco più che adolescente (Tobia De Angelis).
Come se non bastasse il protagonista si ritrova improvvisamente a dover fare i conti con la precarietà lavorativa, e il rifugiarsi nell’affetto degli amici, unico porto (apparentemente) sicuro, non gli basta più.
Riko dovrà affrontare il presente, rimboccarsi le maniche e incollare i pezzi di una vita andata in frantumi ripercorrendo a ritroso il proprio percorso di vita e riappropriandosi dei propri sogni per salvarsi dal baratro del fallimento totale. E stavolta la forza per andare avanti potrà trovarla soltanto in se stesso. Per vivere ancora il domani senza più paure a volte bisogna rischiare il tutto per tutto senza mai voltarsi indietro.
Ce la farà il protagonista?

A vent’anni da Radiofreccia, film di esordio dietro la macchina da presa ancora oggi molto apprezzato, e 16 anni dopo Da zero a dieci, Ligabue torna con Made in Italy, pellicola di cui oltre alla regia firma anche sceneggiatura e colonna sonora e le cui prime sequenze fanno subito intendere che il tempo non abbia intaccato le doti registiche del cantautore emiliano, ancora ambasciatore di un forte spirito ribelle e di una carica rock che animano le sue storie e i suoi personaggi.
Oltre alla grande conoscenza della materia trattata che Ligabue plasma secondo una visione personalissima e non priva di guizzi registici notevoli, a colpire immediatamente lo spettatore è senz’altro la grande umanità con cui l’autore di Piccola stella senza cielo si approccia all’argomento della precarietà lavorativa e umana, senza calcare mai la mano sulle situazioni al limite facilmente oggetto di pregiudizi e senza mai lasciare in disparte nessuno: a ciascun personaggio, infatti, è dato lo spazio necessario per presentarsi al pubblico e gridare le proprie ragioni di vita.
Interessante notare, inoltre, come nessuno dei comprimari ruoti attorno al protagonista ma proceda autonomamente in maniera interessante condividendone la scena. Il merito è sicuramente di una scrittura molto vivace e attenta nel descrivere le relazioni tra ciascun individuo tenendosi sempre ben ancorata alla realtà che a volte supera la fantasia per l’imprevedibilità delle dinamiche.

Accorsi e Smutniak insieme sono una coppia perfetta e credibile come non se ne vedevano da molto tempo nel nostro cinema. Dal loro relazionarsi sulla scena in modo prima passivo e poi violento, e ancora amorevole e indifferente, mettendo in campo grandi doti attoriali che bucano lo schermo, la pellicola ne guadagna in ritmo e in veridicità: mai si ha infatti la sensazione che ciò che si sta guardando sia artefatto o poco realistico, seppure la storia non brilli per originalità e vada a toccare dei temi già ampiamente trattati in pellicole precedenti e di altri registi.
L’interpretazione dei due artisti è davvero il punto di forza di Made in Italy, un film che gode di un cast brillante che tiene desta l’attenzione dello spettatore e lo accompagna verso il finale tanto emozionante quanto scontato. Il terzo film di Ligabue si propone di trasmettere positività al pubblico ripagandolo con un finale rassicurante che giunge dopo una serie di momenti di autentica drammaticità che coinvolgono i protagonisti e i personaggi secondari della storia. Importante per il messaggio che vuole veicolare, la pellicola merita di essere goduta in sala anche solo per la colonna sonora romanticamente rock che imprime le immagini nella memoria dello spettatore.

Gabriele di Grazia


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…