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Pubblicato il 11/10/2017 da Gabriele di Grazia in ,
 
 

Recensione L’uomo di neve, un thriller dagli spunti interessanti

Recensione de L’uomo di neve, di Tomas Alfredson, con Michael FassbenderRebecca FergusonCharlotte GainsbourgChloë SevignyVal Kilmer.

Uscirà il 12 ottobre L’uomo di neve, il nuovo film del regista svedese di La talpa, Tomas Alfredson, basato sull’omonimo romanzo di successo di Jo Nesbø. La storia parte dall’idea alquanto coraggiosa di trasformare un pupazzo di neve, qualcosa di candido e da sempre associato al Natale e all’infanzia, in un oggetto pauroso e che rimanda alla morte. Ambientata ad Oslo, una città tranquilla in cui il tasso di omicidi è alquanto basso e dove la vita dei cittadini, e dei poliziotti, scorre lentamente tra una nevicata e l’altra, la vicenda capovolge alcuni stereotipi legati indissolubilmente al clima natalizio, distruggendo tutte le certezze dello spettatore e facendolo piombare in un baratro di tensione e dubbio. Nei panni del protagonista troviamo l’infaticabile Michael Fassbender, un perfetto detective Harry Hole qui alla sua prima apparizione cinematografica. L’attore di origine tedesca deve affrontare un serial killer con la mania dei pupazzi di neve, che si dedica all’eliminazione senza pietà di donne sposate con un figlio. Qual è il mistero che avvolge l’assassino? Quale sarà la sua prossima vittima?

Una scia di sangue sta colorando le candide strade di Oslo e scuotendo la tranquillità della placida cittadinanza sotto un cielo pallido da cui scende una neve silenziosa, unica testimone di una serie di efferati omicidi che sono annunciati dall’apparizione di inquietanti pupazzi di neve. Alcune donne spariscono nel nulla e il detective Harry Hole (Michael Fassbender), un poliziotto annoiato dalla vita e dedito all’alcol, si mette a capo di una squadra speciale della polizia di Oslo incaricata di investigare sul caso. L’ennesima sparizione, avvenuta ancora durante una nevicata, porta Hole a scoprire interessanti collegamenti con alcuni casi irrisolti di vent’anni prima. La tipologia delle vittime designate e la presenza costante di un pupazzo di neve sulla scena del crimine non lascia dubbi: l’assassino uccide in modo seriale, e non si fermerà finché ne avrà voglia. Aiutato da una giovane e brillante recluta dal passato drammatico, il poliziotto dovrà ricollegare i vari indizi tra loro e sventare così il piano diabolico dell’assassino prima che sia troppo tardi e che altre donne spariscano nel nulla.

Ispirato al settimo di undici libri di successo dedicati alle indagini di Harry Hole, L’uomo di neve è un thriller non proprio originale che però ha dei buoni momenti di tensione, che lasciano lo spettatore col fiato sospeso in attesa di un colpo di scena che puntualmente non tradisce le aspettative. Fassbender è perfetto nel ruolo del poliziotto astuto ma rovinato dalle vicissitudini di una vita ai limiti, che combatte a suon di bevute alcoliche a qualsiasi ora del giorno che lo lasciano privo di sensi nei più disparati luoghi della città. Nessun caso lo appassiona più, e la sua relazione finita con l’affascinante Rakel (Charlotte Gainsbourg) lo tormenta giorno e notte lasciandolo insonne e spossato. Il caso del “killer dei pupazzi di neve” lo riporta sulla retta via e gli dà un nuovo motivo per andare avanti.

Costellata di sequenze che oscillano tra l’horror classico e il puro splatter, la pellicola di Alfredson, che ha sostituito Martin Scorsese alla regia, è costellata di recisioni violente: il regista infatti ci presenta una serie di personaggi mutili, privati violentemente dell’affetto dei cari o di parti anatomiche come dita o teste, le cui ferite, dell’animo e della carne, non possono essere più ricucite. La pellicola scorre fluida ma inciampa spesso in momenti al limite del ridicolo che distraggono il pubblico sottraendolo all’illusione filmica. La recitazione confusa di un attore del calibro di Val Kilmer non può che essere un altro punto a sfavore. Tutto si regge sulle spalle dell’ottimo Fassbender che però non basta a fare de L’uomo di neve un film riuscito del tutto. Se ne consiglia comunque la visione per la resa interessante delle atmosfere opprimenti e oniriche che caratterizzano l’intera durata del prodotto.

Gabriele Di Grazia

 


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…