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Pubblicato il 25/07/2013 da Marco Visco in ,
 
 

Lidia Vitale: “Con Anna Magnani a New York ho raggiunto l’apice della gioia e se Tutti contro Tutti fosse stato francese….”

Lidia Vitale si racconta. L’attrice romana ieri sera è salita sul palco del Salento Finibus Terrae 2013 per ricevere il premio Salento Finibus Terrae Award. Nella sua carriera, tra cinema, tv e teatro, ha interpretato film di qualità come La meglio gioventù, La bellezza del somaro e Tutti contro Tutti. Quest’anno ha debuttato a New York, interpretando Anna Magnani, diretta da Eva Minemar in Solo Anna scritto da Franco D’Alessandro. A parlarci dell’esperienza – e della sua carriera – è stata la stessa attrice raggiunta telefonicamente da Cinemamente. Ecco le sue parole:

Hai lavorato in molti importanti progetti, passando con facilità dal cinema alla tv e al teatro. Quale mezzo senti più tuo?
“L’espressione, per me, non ha differenza, ognuno ha la sua. Il lavoro di attore è un lavoro a tutto tondo ed è il mezzo con cui si trasmette che cambia. Il mio amore è il cinema; il teatro mi fa morire di paura ma quando lo faccio poi mi soddisfa enormemente e la televisione mi ha insegnato ad andare veloce, ad andare sul pezzo. Fare un personaggio con i tempi televisivi è abbastanza faticoso ma è un grande training. Il cinema però è la mia passione, il mio amore sin dai tempi dell’università”.

Ieri sera hai ricevuto ilSalento Finibus Terrae Award”. Che atmosfera si respira al Festival?
“E’ un premio per i Diritti Umani per le cose fatte come attrice, ma non è un premio alla carriera, quello si dà quando si muore (ride n.d.r.). C’è un’atmosfera così di pace qui, c’è un mare meraviglioso e bellissime proiezioni la sera. Questa terra poi è un regalo della vita”.

Uno degli ultimi film interpretati è stato Tutti contro Tutti di Rolando Ravello, un attore alla sua prima prova dietro la macchina da presa. Come è il salto dalla recitazione alla regia?
“Io ogni tanto mi cimento in delle regie. Il passaggio alla regista per un attore in continua evoluzione sia quasi naturale, nel senso che dopo tanti anni c’è una ricerca maggiore, soprattutto per quelli che hanno una buona sindrome del controllo come me. Si possono tenere tutti sotto controllo, dall’audio all’ultimo macchinista e all’ultima comparsa. Hai il quadro generale di tutto quello che fai.

Rolando Ravello, oltre ad essere un grande amico, è una persona che stimo come attore e lo stimo ancora di più come regista. Nonostante sia stata la sua opera prima – con piccoli nervosismi che assolutamente sono necessari – ha dimostrato di avere un bell’occhio cinematografico e ha tirato fuori un’opera degna di grandissimo rispetto. Poteva essere anche più incoraggiata e premiata. L’assenza ai David di Donatello non la capisco. Non mi sembra ci sia stata tutta questa avversità per le commedie e non capisco perchè non sia stato presente ai David che sono gli Oscar italiani del cinema. Non abbiamo nulla da invidiare alle commedie francesi che vengono tanto osannate. Se il nostro paese fosse stato la Francia “Tutti contro Tutti” avrebbe avuto una maggiore attenzione. Non capisco perchè non è stato preso in considerazione, è veramente un bel film: le musiche sono azzeccate, la fotografia di Carnera è bellissima, gli attori tutti bravi, con un modo di concepire il cinema come un tempo, eravamo tutti amici. Ha uno spirito un pò alla Monicelli, di altri tempi”.

Nella carriera hai interpretato vari ruoli; è più  facile far ridere o piangere?
“Hanno sempre scelto per farmi fare le donne stronze, dure, cattive, tutte d’un pezzo e che piangono tanto. Sicuramente mi viene bene ma pochi si sono soffermati sul mio aspetto. Devo dire che però sta cominciando a venire fuori, finalmente mi stanno iniziando a dare dei ruoli più vicini a questo mio aspetto comico ed era finalmente il caso che venisse fuori e mi diverte molto. E’ più facile far ridere o piangere? Non lo so; mi affido molto al materiale a cui mi appoggio e al target che dobbiamo raggiungere; un personaggio completo deve comprendere anche il target e il genere. Spesso la commedia è più difficile perchè, come dicevano i greci, è l’estremo della tragedia. Devi andare fino in fondo ad un aspetto tragico che diventa grottesco e ti fa ridere.
Come in Bridget Jones quando rimane da sola che si mangia i panini e le patatine e sta da sola nel profondo della solitudine e della tristezza di una singles. Ci rimane talmente tanto che alla fine ti viene da ridere. E anche “Tutti contro Tutti” ha questo aspetto: Nonno Rocco (Stefano Altieri n.d.r.) da quei toni di commedia meravigliosi ad un argomento difficile. Tutti contro Tutti ha un riso amaro che a me piace da morire; è una commedia molto intelligente con toni che sono veri di una situazione drammatica”.

Da pochi giorni sei tornata da New York dove hai portato in scena lo spettacolo one-woman-show su Anna Magnani…
“Che bella esperienza. Anna è esplosa a New York, si è presa tutta la scena (ride n.d.r.)”

Prima parlavi di insicurezze e paure per il teatro: stare da sola su un palco a New York….
“Io muoio ogni volta che devo fare lo spettacolo. Nonostante sia il personaggio che più si avvicina a me, alle mie corde, ogni volta ho una paura matta e mi sembra di non ricordarmi le cose. Come si superano? Buttandosi sul palcoscenico. Facendo esercizi e rituali. Io ad esempio prima di andare in scena ho un continuo di rituali e preparazioni, il più divertente è un monologo fuori scena che faccio con Anna e le dico che se mi abbandona l’ammazzo (ride n.d.r.)”.

New York come ha accolto lo spettacolo?
“Benissimo, ho avuto delle accoglienze, delle critiche e delle recensioni meravigliose. A novembre probabilmente andremo a San Francisco e spero che vada in porto questa cosa dell’Off-Broadway di New York. E’ stato molto ben accolto, ho fatto il tutto esaurito in tutte e tre le sere di esibizione e il pubblico era commosso ed empatico: veramente un gran pubblico. Ti dirò, la cosa che mi ha colpito di più è stata che capivano l’italiano quando parlavo italiano. Sono rimasta molto felice: per me vuole dire che il personaggio si è liberato completamente. Quando in un’altra lingua ti capiscono è l’apice di una gioia per un attore“.

E a Roma quando?
“Ah guarda, se una distribuzione si degnasse di portarla in Italia…. intanto l’ho portata in vari Festival e manifestazioni: ogni tanto qualche giretto lo facciamo. Va dove è richiesta. Sta andando molto bene ed è geniale il fatto che non ha una produzione e una distribuzione. Fa riflettere. E’ un bel problema, io non credo più a questa storia che non ci sono i soldi, secondo me continuano ad essere gestiti in maniera non adeguata, questa è la verità. Non voglio parlar male di nessuno ma ci sono alcuni progetti che non hanno nessuna urgenza di essere visti…diciamo così”.

Hai lavorato in TigerBoy, il corto che ha vinto i Nastri d’Argento. 
Gabriele Mainetti è uno dei giovani registi che io stimo maggiormente. Spero che gli producano subito il suo film. Insieme a Nicola Guaglianone hanno delle idee di sceneggiatura e un modo di trattare certi argomenti meraviglioso, mischiando anche elementi del cartone animato. La trovo una cosa molto innovativa e specifica. E’ stato un grande piacere aver contribuito a questa opera. Io mi fido completamente di lui e mi rilascio come attrice. Mi lascia sempre carta bianca e io mi trovo meglio nella totale libertà ma apprezzo i paletti perchè limitano e mi danno il recinto, il ring in cui muovermi.
TigerBoy è un corto importantissimo che tratta un tema difficile come quello della pedofilia. Il tema dei minori e della dignità della donna sono temi che mi toccano profondamente e che sostengo a spada tratta. Poi essendo anche io una madre mi sono sentita più vicina al personaggio, come dico nel mio spettacolo: “nel prossimo film che interpreto faccio la madre, io sono una madre…la dovrei capì questa” (ride n.d.r.). Ci sono questi personaggi ultra romani che io adoro e fanno spiccare tutta la mia romanità che trovo fantastica”.

Il mondo dei corti è un mondo a parte?
“Questo dei corti è un bel macello. La cosa positiva è che esistono questi Festival che ancora quale sovvenzione hanno. Moretti faceva una cosa bellissima facendo vedere i corti prima del film in sala. La distribuzione online forse è la nuova frontiera del cortometraggio. Il corto è’ un ottimo biglietto da visita per un giovane regista ed ha un linguaggio suo specifico; ha la capacità di raccontare un fatto o esprimere un concetto – impegnato o comico che sia – in breve tempo. Per me i corti dovrebbero essere molto corti, cortissimi”.

Progetti futuri?
“Sto girando un nuovo film low-badget in lingua inglese dal titolo “The Sweepers” che ha una piccola distribuzione americana e in cui recita anche mia figlia: sembra che ormai facciamo coppia fissa finalmente. Poi ho appena finito di girare il pilota per la tv “Angeli” con Raul Bova. Progetti futuri? Dedicarmi molto ad Anna Magnani perchè lei è quella che mi da più da mangiare in questo momento e il mio sogno è fare un film su di lei, in collaborazione con gli Stati Uniti, prima che le nostre strade si dividano”.

Marco Visco
[Photocredit Giovanni di Viesto; credit abito Emiliano Rinaldi]


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Marco Visco

 
Sono nato a Roma nell'anno dei mondiali, quelli dell'82 e Paolo Rossi era un ragazzo come noi. Tra cartoni animati, vecchie serie tv e saghe di acchiappafantasmi e di ritorni al futuro sono cresciuto e mi sono laureato in Scienze delle Comunicazioni. Dopo aver imparato la "professione" tra redazioni, servizi e articoli ho avuto il privilegio di dirigere la testata giornalistica cinematografica Cinemamente.