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Pubblicato il 29/03/2017 da Erica Belluzzi in ,
 
 

La Ragazza Senza Nome dei Fratelli Dardenne, una svolta suspance per i neorealisti belgi

La Recensione de La Ragazza Senza Nome, il drammatico diretto da Jean-Pierre Dardenne e Luc Dardenne. Nel cast Adèle Haenel, Christelle Cornil, Jérémie Rénier, Louka Minnella, Olivier Bonnaud.

Non è certo un caso che l’ultimo film dei Fratelli Dardenne sia stato accolto assai tiepidamente alla scorsa edizione del Festival di Cannes, in cui ha trionfato I, Daniel Blake di Ken Loach. Come noto alla base della cinematografia di tutti e tre i registi vi è un amore viscerale per il sociale, difeso con fucili da cui escono rose, per usare un’immagine tratta dai graffiti di Bansky. Ciononostante non potrebbero esserci opere più diverse, per quanto entrambe si muovano nel sotterraneo dell’indifferenze collettiva, studiando con lenticolare amore quelle impercettibili briciole di cui noi europei ci puliamo le mani.

Se la Palma D’Ora è una prima donna, una pellicola che sceglie di denunciare in maniera appariscente e senza troppi giri di parole con la visceralità del melodramma, al contrario i fratelli belgi scelgono di smuovere lo spettatore non attraverso le lacrime ma con la suspance. In entrambi i casi il morto c’è, ma se Loach lo presenta fin dalla prima scena rendendo impossibile non commuoversi quando il nostro protagonista ci viene ingiustamente strappato, con un’eleganza hitchockiana i Dardenne scelgono di farcelo vedere solo in foto.
Jenny (una magnifica Adèle Haene) lavora da tre mesi come sostituta di un medico generale. Una sera, per avere sullo stagista quell’autorità che l’esigua differenza d’età non riesce certo a creare, gli impedisce di aprire la porta ad un probabile paziente reo d’aver citofonato un’ora dopo la chiusura. Dallo studio affacciato sulla trafficata e desolante tangenziale, la sera stessa la giovane e brillante dottoressa si reca all’aperitivo di benvenuto di un prestigioso poliambulatorio medico in cui è stata assunta. Mancherebbero solo pochi giorni di lavoro a salario minimo, se non fosse che l’indomani due cambiamenti turberanno il suo tiepido equilibrio: lo stagista non si presenta ma al suo posto due commissari di polizia la informano che la ragazza che aveva citofonato la sera prima è stata trovata morta, per omicidio o per incidente.

Recatasi al commissariato, la foto della persona che aveva chiesto aiuto, una giovane afroamericana in minigonna, la perseguita giorno e notte. Incapace di gestire il senso di colpa, Jenny diviene succube di pensieri che la vogliono parte attrice nel decesso della ragazza, la cui unica salvezza sarebbe probabilmente stata quella di trovare una porta aperta. Decisasi a vendicarla, Jenny mostra in giro la foto, fino a quando inizia a nutrire qualche sospetto nei confronti della famiglia di un suo paziente, sospetti che la porteranno ad indagare, fino ad ottenere una confessione di hitchcockiana memoria.
“La ragazza senza nome” è un titolo che non è solo la descrizione della vera co-protagonista, tangibile nella sua assenza, quanto un’arguta descrizione dello stato in cui giacciono le problematiche che l’opera si propone di denunciare. Quest’ultimo contributo dei Dardenne ha la forza del grillo parlante che troppe volte mettiamo a tacere, che zittiamo con la speranza che possa essere sparito per sempre, salvo poi tornare nuovamente a tuonarci nella coscienza, più forte di prima. Merito dell’opera è quello di affrontare l’argomento sgombrando il campo dalle lacrime e dai violini (sociali) di Loach, favorendo una soluzione tanto gialla e thriller da farci quasi dimenticare il tema portante. Jenny finisce per essere tanto assorbita dalla causa da trasferirsi a vivere nello studio fino a quando, sopraffatta da quella vocina che risuona dentro di sé e succube del crescente senso di colpa, sceglie di rifiutare il posto offertole presso l’ambulatorio.


Magistrale l’interpretazione di Adèle Haene ma ancor più la caratterizzazione che i Dardenne le donano grazie alla costruzione di un personaggio che si approccia agli altri con algido rispetto e distacco, dove queste barriere verranno capovolte dalla morte di una sconosciuta . Tornano molti dei feticci dei Dardenne (Jéremie Reinier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione, Thomas Doret) a dar vita a personaggi che sono sempre e sostanzialmente “buoni”, dove questa bontà d’animo è sinonimo impossibilità di ridurre ad una visione negativa moti e pulsioni dell’animo umano. Sforzo dei Dardenne e della loro sublime protagonista – che assieme a loro si fa carico del peso del film, croce e delizia – è quello di soffermarsi, su una Liegi che si fa emblema di una condizione umana tesa al superamento e all’indifferenza – significative le automobili che continuano a sfrecciare sulla tangenziale lungo tutti i titoli di coda.
Erica Belluzzi


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