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Pubblicato il 16/11/2017 da Gabriele di Grazia in , ,
 
 

Recensione La casa di famiglia, intrattenimento alla vecchia maniera

Recensione di La casa di famiglia, di Augusto Fornari con Lino Guanciale, Stefano Fresi, Libero De Rienzo, Matilde Gioli e Luigi Diberti. Prodotto da Fulvio e Federica Lucisano, sarà in sala dal 16 novembre.

Quattro fratelli, Alex (Lino Guanciale), i gemelli Oreste (Stefano Fresi) e Giacinto (Libero De Rienzo) e Fanny (Matilde Gioli) sono quattro fratelli cresciuti all’interno di una grande villa a due piani in piena campagna nell’amore incondizionato dei genitori. Divisi da caratteri inconciliabili tra loro, per aiutare Alex, il più scapestrato di tutti, arrivano a decidere per la vendita della villa di famiglia a cui il loro padre è tanto legato dopo una vita di ricordi vissuti accanto all’adorata moglie. Il giorno dopo aver firmato le carte davanti al notaio, però, accade l’impensabile: il genitore (Luigi Diberti), in coma da 5 anni, si sveglia improvvisamente e i medici, per velocizzargli la ripresa, gli consigliano di tornare immediatamente alla quotidianità circondato dall’affetto dei figli. Ai quattro fratelli, presi in contropiede, non resta che fingere che la villa non sia mai stata venduta, recuperare di corsa i mobili dati via e trovare un altro cane che sostituisca quello tanto amato finito sotto la macchina di Alex. Riusciranno a passarla liscia agli occhi del padre Sergio che sembra più in forma che mai e in possesso di una memoria di ferro che gli permette di ricordare a menadito ogni minimo particolare dell’abitazione in cui ha vissuto per oltre quarant’anni?

Opera prima di Augusto Fornari, La casa di famiglia rappresenta una vera e propria sorpresa di questa stagione del nostro cinema. Accompagnata dal classico di Marvin Gaye I Head it Through the Grapevine, l’apertura del film ci riporta indietro agli inizi degli anni 80 mostrandoci i quattro fratelli, tutti già dotati di una personalità ben definita, mentre si godono il sole nel giardino della villa in presenza dei due amorevoli e piuttosto permissivi genitori. Uno stacco ci riporta al presente mostrandoci i quattro ormai cresciuti e seduti in una sala d’attesa, pronti a firmare le carte che intesteranno la casa di famiglia alla “bavosa”, un vecchio amico di infanzia dall’aspetto viscido e i capelli infestati dalla forfora. L’inizio del film, bisogna essere onesti, non è tra i più memorabili: gli attori sembrano poco invogliati ad interpretare i loro ruoli, la storia non coinvolge più di tanto ed il ritmo è piuttosto fiacco. Tutto cambia improvvisamente, dopo circa una ventina di minuti, quando avviene il risveglio del padre, un Luigi Diberti davvero incredibile che dà una scossa alla vicenda facendole ingranare finalmente la marcia. L’amalgama tra i vari attori si compie in modo così inaspettato per il pubblico che si ha la sensazione di stare assistendo ad un film completamente diverso da quello che le prime sequenze avevano prospettato.

Fornari regala allo spettatore 90 minuti di puro intrattenimento alla vecchia maniera, con Lino Guanciale che si erge a versione aggiornata del Christian De Sica degli anni d’oro e Stefano Fresi che duella con Libero De Rienzo proponendo dei siparietti molto divertenti, pur nella loro profondità. Perché La casa di famiglia non è solo una commedia, ma una pellicola che parla del rapporto tra fratelli e delle responsabilità che si hanno nei confronti di un anziano genitore che dopo averci accudito nelle fasi più importanti e delicate della nostra vita merita solo di essere trattato con sincerità e rispetto. Il regista tocca argomenti delicatamente universali in un modo spigliato che però fa breccia nel cuore dello spettatore. Le gag intelligenti tutte giocate sull’equivoco, la maggior parte delle quali hanno per protagonista il padre Diberti, il ritmo sostenuto, le parolacce messe nel momento giusto in bocca a personaggi insospettabili ed un finale imprevedibile rendono il film un prodotto riuscito e adatto a tutti e che non fa rimpiangere il prezzo del biglietto. L’unica incognita riguarda il personaggio della badante straniera interpretata da Nicoletta Romanoff che appare per pochi secondi e non aggiunge nulla alla trama.

Gabriele di Grazia


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…