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Malick Prêt-à-Porter: riflessioni scardinate su Knight of Cups

C’era una volta un giovane principe che il padre, il re d’Oriente, inviò in Egitto a cercare una perla. Ma, quando il principe arrivò, la gente gli porse una tazza. Una volta bevuto, si dimenticò di essere il figlio del re, dimenticò anche la perla e cadde in un sonno profondo”.

Terrence Malick ha inventato un nuovo genere di cinema, che trascende le categorie di linguaggio di cui disponiamo e non si lascia ingabbiare con acquiescenza nella morsa di una definizione. E’ un cinema di ecstasy pura e spiritualità, un’opera che si fa testimone della bellezza che ci circonda: qualcosa di simile ad una nuova traduzione della celebre scena della Plastic Bag di American Beauty, durante la quale Wes Bentley (presente anche in Knight of cups in veste del fratello del protagonista) fissa rapito un sacchetto di plastica danzare nell’aria, affermando che “è stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita dietro ogni cosa e una incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’’era motivo avessi paura, mai. ”.

Nel caso di Knight of Cups, la storia è  perfettamente bypassabile. Probabilmente ci dimenticheremo presto delle donne di cui il protagonista ricorda o della trama –ammesso che si riesca a trovarne una–, ma sicuramente non potremmo non aver memoria dell’esperienza del film, della sua capacità di farci vivere delle sensazioni e congiungere col significato più puro della gioia.
Come già accadde per The Tree of Life, anche Knight of Cups è destinato a lasciare l’amaro in bocca alla stragrande maggioranza degli spettatori, e questo per un motivo molto semplice: l’opera non ha alcuno degli elementi classici di cui si va alla ricerca quando si guarda un film. Ci si dimentichi quindi subito della trama –che non è sconnessa o disordinata, ma proprio manchevole-, dei personaggi –il protagonista ha un paio di battute in due ore di film- o di spannung narrativi –il tono è sempre lo stesso, senza particolari colpi di scena.
Malick sceglie il formato cinematografico per esporre le proprie idee e i propri pensieri, ma avrebbe potuto scrivere o dipingere, non è questo il punto. Knight of Cups è, fin dalla storiella sul cercatore di perle che ne costituisce l’esordio, un invito a prestare attenzione  alla vita, a rendersi conto che fino a questo momento si è viaggiato in lungo e in largo ma si è realmente visto nulla.
C’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla, direbbe il Wes Bentley di American Beauty.
Per dirla in altre parole, chiunque affermi che Knight of Cups è “semplicemente” una collazione di belle immagini – impossibile non apprezzare l’ennesimo colpo di maestro di Lubetzki –, semplicemente non ha capito niente, oppure non si è lasciato rapire. Chiunque sentenzi che “manca un finale”, è una persona agitata, incapace di godersi l’attimo.

Knight of cups- foto1

Con Knight of Cups il regista non si pone nemmeno  l’obiettivo di seguire un qualche genere di trama. Anziché riprovare, Malick si addentra a fondo nell’esito pià maturo del suo nuovo stile rivoluzionario, che consta di voice-over pervasivi –ogni tanto flussi di coscienza, altre volte stralci di conversazione–,  che si stagliano su paesaggi e persone, sole o insieme, veraci o mascherate.
Malick rende lo spettatore un voyeur della conversazione; si insinua lentamente in un dialogo, aumentando improvvisamente il volume o diminuendolo d’un colpo, tanto da impedire quasi d’udire alcuna parola.
L’effetto finale, che farà impazzire –non di gioia- alcuni spettatori, è quello di un’opera che raramente culmina in una sequenza.
Il risultato è più vicino al sogno di una scena che ad una scena vera e propria, al ricordo sfocato d’un gioco da bambini o ad un’immagini riflessa in uno specchio opaco.  Knight of Cup è un’elegia al rimpianto più che al rimorso, il racconto di un moderno Faust incapace di fermarsi su qualcosa –donna, famiglia, persona, lavoro-, insoddisfatto da ogni cosa perché nulla riesce veramente a carpire.
Erica Belluzzi


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