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Pubblicato il 15/01/2018 da Gabriele di Grazia in , ,
 
 

La Recensione de Il vegetale: una commedia poco originale per l’esordio cinematografico di Fabrio Rovazzi

La Recensione de Il vegetale di Gennaro Nunziante con Fabio Rovazzi,  Luca Zingaretti, Rosy Franzese, Antonino Bruschetta e Paola Calliari. Al cinema dal 18 gennaio.

Fabio Rovazzi, un giovane da poco laureato in Scienze della Comunicazione, vive a Milano ed è, come tanti altri ragazzi ventenni, in cerca di un impiego sicuro e di un futuro stabile e sereno. Nicola, il suo coinquilino pugliese, a differenza di Fabio che cerca un’occupazione che rispetti i suoi ideali e l’etica che lo ha sempre accompagnato, è molto più immerso nella realtà dei giovani d’oggi e si accontenta di fare il fattorino per un ristorante giapponese.
Quando le speranze sembrano ormai venire meno, Fabio fa un colloquio in una grande azienda del Centro Direzionale e la sua speranza si riaccende. Ma non è tutto oro quel che luccica.
L’incarico che gli viene affidato è infatti molto semplice: dovrà andare in giro e distribuire volantini per l’azienda. Nonostante il lavoro non sia proprio ideale, la voglia di darsi da fare del protagonista viene premiata e l’azienda sceglie Fabio per uno stage.
Quello che seguirà sarà per lui del tutto inaspettato.

La nuova commedia scritta e diretta da Gennaro Nunziante si può definire un esperimento anche piuttosto coraggioso. Infatti si pone l’obiettivo di creare e lanciare una nuova maschera comica ponendo sotto i riflettori il giovanissimo e seguitissimo Fabio Rovazzi, classe ’94, cantante e youtuber milanese ormai noto grazie a veri e propri tormentoni come “Andiamo a comandare” e “Tutto molto interessante”.
La scommessa è quella di sfruttare la risonanza del successo di Rovazzi proponendo una pellicola dall’aspetto innocuo che vanti anche il nome di un attore molto amato dal pubblico come Luca Zingaretti.
Il film, prodotto da Piero Crispino per 3zero2 e co-prodotto da The Walt Disney Company Italia, dà allo spettatore niente più di ciò che promette mettendo in scena un canovaccio trito e ritrito che di originale ha ben poco. Sembra in effetti di assistere ad un film di Checco Zalone al contrario: là dove è l’ignorante di provincia ad essere gettato in pasto alla “civiltà” metropolitana mostrando tutti i propri limiti e difficoltà nell’ambientarsi ad un mondo altro rispetto al suo, qui assistiamo ad un ragazzo metropolitano, a modo e istruito, che si ritrova catapultato nel mondo della campagna a coltivare la terra totalmente al di fuori del suo contesto naturale.

Le intenzioni del regista di denunciare la situazione lavorativa disperata dei nostri giovani attraverso il linguaggio della commedia si riducono ben presto ai soliti stereotipi agresti tra cui il paesello dove l’atmosfera è più serena di quella della città, gli animali da fattoria  e i personaggi eccentrici che strappano un sorriso. Là dove si intuiscono alcuni sprazzi di cinismo legati al rapporto tra Fabio e il padre, personaggio ambiguo e rappresentante di una generazione che ancora sottrae il futuro alle nuove generazioni lasciando loro solo le briciole, interviene una banalità di fondo che ricaccia la pellicola nei bassifondi della commedia italiana scialba e priva di idee. Si salvano, ovviamente, Zingaretti e Antonino Bruschetta, e l’interprete della sorellina di Fabio: la vera sorpresa del film. Purtroppo la poca verve del protagonista va discapito dell’intero racconto che si basa proprio sul volto di un Rovazzi che appare molto spaesato. Da vedere giusto se si vuole sorridere un po’, ma il cinema è ben altro.

Gabriele di Grazia


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…