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Pubblicato il 20/11/2017 da Gabriele di Grazia in , , ,
 
 

Il Libro di Henry, le verità nascoste secondo Colin Trevorrow

Recensione de Il Libro di Henry, di Colin Trevorrow, con Naomi WattsJaeden LieberherJacob TremblaySarah SilvermanLee Pace. Dal 23 novembre nei cinema.

Henry (Jaeden Lieberher) è un ragazzino dal quoziente intellettivo estremamente superiore alla media che vive con la madre Susan (Naomi Watts) e il fratellino Peter (Jacob Tremblay) in una casetta a due piani di un tranquillo quartiere di provincia. La vita sembra scorrere tranquilla per i tre: Henry e Peter vanno molto bene a scuola e condividono la loro vita spensierata andando d’amore e d’accordo e Susan si guadagna da vivere lavorando come cameriera in una tavola calda insieme all’effervescente amica Sheila (Sarah Silverman). Incredibilmente ad assumere il ruolo del padre di famiglia è proprio Henry, all’apparenza il più affidabile e maturo tra i membri della famiglia: Susan si affida a lui per la gestione della casa e il fratellino lo guarda come fosse un eroe. Quando un giorno il figlio maggiore scopre un segreto che riguarda la sua vicina di casa e compagna di classe Christina (Maddie Ziegler), tutto cambia: Henry prende coscienza di sé e del suo ruolo nella società e coinvolge nelle sue scelte anche la madre Susan. Un evento imprevedibile, poi, sconvolge l’equilibrio familiare gettando tutti nel panico e minando la tranquillità della vita di Susan e dei suoi figli che sembrava dovesse durare in eterno.

Negli Stati Uniti è stato letteralmente affossato dalla critica che lo ha addirittura definito “un collage di 4 film diversi senza né capo né coda” ed ha costituito uno dei motivi per cui il regista di Jurassic World, Colin Trevorrow, venisse licenziato dalla Lucasfilm che gli aveva affidato il delicato compito di dirigere l’episodio finale della nuova trilogia di Star Wars. Tutta colpa di questo Libro di Henry, dunque, che però, alla fin fine, tutto questo disastro non lo è affatto. Anzi, si può affermare che la pellicola di Trevorrow sia persino molto godibile e toccante, e che abbia al suo interno tante chiavi di lettura che la rendono molto affascinante. L’opera infatti parla del rapporto meraviglioso tra una madre single e i suoi figli, della sua sensazione continua di non essere all’altezza dei compiti che la vita di tutti i giorni le pone di fronte, ma anche della violenza perpetrata ai danni di minori indifesi che da soli non trovano la forza di reagire agli abusi. In questo caso la vittima è rappresentata dalla mite Chistina che da personaggio di contorno assume poco per volta un ruolo sempre più rilevante: le vite di Henry e Christina sono speculari tra loro (anche letteralmente, dato che vivono uno di fronte all’altro), e agli occhi vispi che guardano al futuro di lui rispondono quelli spenti di lei, un fantasma che sembra aver perso l’identità nei meandri oscuri della sua casa.

Il libro di Henry parte come una semplice storia familiare, si traveste da dramma nella parte centrale e inaspettatamente si trasforma nel terzo atto in un thriller fantasioso che lascia senza fiato. Sorretto dalle ottime interpretazioni di tutto il cast, quelle dei più giovani su tutti, e da una scrittura solida e stimolante, il film scorre liscio come l’olio senza mai ristagnare in momenti patetici o soporiferi. Trevorrow dimostra di saper trasporre per il grande schermo anche una storia che non preveda la presenza di dinosauri mutati geneticamente e di saper lavorare sui personaggi scavandone l’animo in profondità. Non era certo un compito facile affrontare il delicato argomento delle violenze sui minori senza incorrere nei soliti stereotipi narrativi, ma il regista c’è riuscito alla perfezione confezionando un piccolo lavoro dal sapore indipendente di cui, nel bene o nel male, si continuerà a parlare negli anni a venire. Non resta che chiedersi cosa avrebbe fatto Trevorrow col nono episodio di Star Wars e in che modo avrebbe condotto in porto la terza trilogia stellare. Non lo sapremo mai purtroppo.

Gabriele di Grazia


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…