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Pubblicato il 20/02/2016 da Erica Belluzzi in ,
 
 

Malick Prêt-à-porter: la terra brulla de I giorni del Cielo

Nel 1978, pochi anni dopo l’esordio alla regia con La rabbia giovane (leggi qui il nostro approfondimento), Terrence Malick, non più filosofo dimenticato ma ormai regista affermato, torna alla ribalta con I giorni del cielo (Days of Heaven). LEGGI QUI LA SCHEDA COMPLETA
Spesse volte sentendo parlare di Malick dai suoi detrattori, si sente dire non è altro che un’accozzaglia di voiceover e blabla, discorsi spezzati blabla, raffigurazioni della potenza della natura e finali a sorpresa. Inutile dire che non vi dovete fidare, ma non tutto il male vien per nuocere. Seppur riduttiva questa eco è, in un certo qual senso, corretta: basti pensare a Days of Heaven, un connubio di tecnicismi e sensualità narrativa.

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A ben vedere, un fine cineasta sceglierebbe proprio questo secondo lungometraggio come apripista di un’eventuale retrospettiva su Malick: non a caso I giorni del cielo, presentato in concorso al Festival di Cannes nel 1979 -miglior regia-, è stato poi nominato ai Premi Oscar in quattro categorie tecniche, vincendo per la miglior fotografia – e pensate che il dop non era ancora Lubetzki.
Days of Heaven riesce a far sposare una sceneggiatura dalle potenzialità drammatiche pressochè infinite con un tecnicismo mozzafiato, qualificandosi come uno dei migliori raggiungimenti degli anni ’70. Il sipario si apre su un giovanissimo Richard Gere mentre spala carbone in un’acciaieria, un inizio pericolosamente simile a Martin Sheen netturbino de La rabbia giovane. Dopo aver ucciso il superiore –mentre per Sheen era il padre dell’amata–, il giovane scappa assieme alla sorella (Linda Manz) e alla fidanzata (Brooke Adams) alla ricerca di una nuova identità. Saliti su un treno, queste tre anime dannate troveranno un impiego lavorando in una piantagione texana (ricreata in Canada) di un giovane e ricco Sam Shepard. In men che non si dica le giornate del trio sono inestricabilmente legate a quelle del ricco possidente: ma da tribù questa diverrà una famiglia quando il giovane rampante, innamoratosi della Adams che crede essere la sorella e non la fidanzata di Gere, la sposa. Improvvisamente i tre, prima tanto poveri da viaggiare in carri sporchi come le bestie, divengono ricchi. Pare che i giorni del cielo siano finalmente arrivati ma, come presto impareranno, insieme al benessere economico viene anche l’ozio. E con l’ozio la noia.

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I giorni del cielo sono proprio quelli cui i tre miserabili aspiravano per potere migliorare la propria condizione, allargare gli orizzonti e riuscire infine a tendere verso un illusorio scenario paradisiaco. Peccato che per raggiungere questo Eden i tre si lascino corrompere dalla sensualità della prepotenza e della tracotanza. Se il cielo resta lontano, la terra diviene sempre più protagonista, brulla e inospitale, improvvisamente traditrice, come l’epidemia di cavallette –memore della punizione biblica- sta a significare. Almendros alla fotografia cattura la luce, eternifica il momento purificandolo, pulendo l’aria dalla polvere della terra e del lavoro nei campi. L’atmosfera è limpida e diffusa quando apre l’occhio dello spettatore sui suoi imponenti paesaggi bucolici, ma anche tetra e delittuosa, quando protagonisti della scena divengono nubi e temporali. A rendere I giorni del Cielo uno de film più sontuosi e raffinati mai realizzati è anche la stretta somiglianza, per non parlare di sovrapposizione, fra le immagini della pellicola e i quadri di Jean Francois Millet. Le allegorie mascherate di naturalismo del quadro del paesaggista ben si sposano con la vicenda di Bill e Abby, parabola della tracotanza umana.

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Interessante a questo proposito notare come Malick ponga spesso il personaggio di Gere in ombra e campo lungo, quasi ad evidenziare il contrasto fra la sua caduca figura e l’ineluttabile vittoria della natura-qui intesa a significare il destino. L’allure innocente e limpido di Brooke Adams nel ruolo della protagonista femminile ricorda la donna angelicata malickiana, ruolo che sarà di Miranda Otto ne La sottile linea rossa e di Jessica Chastain nel più recente Tree Of Life. Ad evidenziare l’apparente quanto inquietante delicatezza del tutto contribuisce il commento musicale di Saint Saens, l’Acquario de Il carnevale degli animali – per intenderci lo stesso scelto dalla Disney per La Bella e la Bestia – arrangiato e modificato dal maestro Ennio Morricone.


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