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Pubblicato il 06/02/2018 da Gabriele di Grazia in , ,
 
 

Final Portrait, Stanely Tucci alla scoperta del genio ribelle di Alberto Giacometti

La Recensione di Final Portrait di Stanley Tucci, con Geoffrey Rush, Armie Hammer, Tony Shalhoub, Sylvie Testud, Clémence PoésyJames Faulkner, dall’8 feabbrio al cinema. 

La Parigi del 1964 ospita l’artista svizzero Alberto Giacometti (Geoffrey Rush), uomo dal successo indiscusso che ad una grande personalità artistica unisce una vita sregolata e fatta di eccessi. Il suo studio sudicio, condiviso col fratello che lo asseconda in tutte le sue bizzarrie, vede l’arrivo di James Lord (Armie Hammer), uno scrittore americano giunto nella capitale francese che ha commissionato a Giacometti un proprio ritratto. Quella che doveva essere un’esperienza affascinante di pochi giorni, però, si tramuta in pose estenuanti di intere settimane passate sotto lo sguardo mai soddisfatto di un artista che sembra non trovare mai la giusta ispirazione per portare a termine la sua opera. Il ritratto muterà giorno dopo giorno assumendo forme e contorni sempre differenti, tra l’impazienza di Lord e le continue imprecazioni di Giacometti che sarà continuamente sul punto di darsi per vinto. Dopo venti giorni il quadro resterà incompiuto ma troverà comunque il suo posto in una galleria d’arte per la felicità di Lord e dello stesso artista che con lo statunitense stringerà un’amicizia sincera e fuori dal comune.

Solo una faccia vissuta come quella del camaleontico Geoffrey Rush poteva interpretare in modo incredibilmente convincente quel genio irrequieto di Alberto Giacometti, un uomo che fece dell’incompiutezza il suo credo apportandola al suo lavoro e alla sua vita. Le sue opere erano infatti continuamente disfatte e riportate all’origine dell’idea, cancellate da pennellate di grigio, strappate, abbandonate e poi riprese, sempre in balia di una fremente creatività, mai doma di quell’esplorazione che è alla base della natura di ogni artista.
Stanley Tucci, conosciuto al grande pubblico per la sua partecipazione a pellicole raffinate e ad alcuni tra i più amati blockbuster degli ultimi anni, alla sua quinta regia ci regala uno splendido affresco di una delle menti artistiche più inafferrabili del secolo scorso portandoci letteralmente all’interno del suo “covo”, mostrandoci il processo creativo dietro una delle sue opere, l’ultima, pennellata dopo pennellata, e facendoci immedesimare nello sguardo scettico e al tempo stesso pieno di curiosità e meraviglia di James Lord, il cui diario è stato di ispirazione al soggetto della pellicola.
Nei fogli di Lord, infatti, vennero descritti quei venti giorni di passione passati dallo scrittore nel buio e freddo atelier parigino di Giacometti, seduto immobile all’ombra della tela.

Tucci preferisce il racconto di pochi estenuanti giorni trascorsi in interno al racconto biografico di un’esistenza vissuta all’esterno tra i vicoli e le piazze affollate di Parigi. La sensazione è quella di un’opera intimistica che mira a farci penetrare nelle pieghe del carattere inaffidabile di Giacometti contrapponendo alla sua figura in disfacimento quella elegante del giovane americano borghese di cui prendiamo le parti e condividiamo le impressioni.
Cosa c’è nel profondo degli abissi di una mente creativa? Fin dove è disposto a spingersi un artista la cui personalità è labile come una pennellata pur di portare a termine un’opera di cui già sa non potrà decretare la fine?
Mentre il personaggio interpretato da Hammer si chiede quale sia il senso del lavoro di Giacometti non possiamo che pensare che il dipingere dell’artista raffiguri il fato dell’intera umanità, destinata a percorrere parabole dalle rotte imprevedibili e talvolta incomprensibili per poi inevitabilmente perdersi nel silenzio della fine. Cos’è l’uomo se non l’opera più incompiuta della natura? Giacometti sembra averne afferrato l’inafferrabile essenza traducendo i suoi pensieri in sculture e dipinti dai tratti tremolanti come anelli concentrici sull’acqua.

Gabriele di Grazia


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…