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Pubblicato il 01/12/2017 da Francesca Sordini in ,
 
 

Far vedere ai presunti cineasti italiani il “senso della festa” alla francese

Unità di tempo e di luogo, come si addice alle cose girate con maestria. Una giornata in una magnifica villa fuori Parigi. Protagonista l’antitesi in terra di Enzo Miccio: un wedding planner pochissimo effeminato e molto ombroso, con completi scuri e trascurati che farebbero inorridire il collega partenopeo. Jean-Pierre Bacri, l’attore che gli presta il volto, somiglia pochissimo al suo sé reale con quegli occhialetti da impresario di pompe funebri (tutto il contrario di quel che accade nel cinema italiano, dove al povero Stefano Fresi viene sempre affidato lo stesso identico ruolo).

E’ molto primadonna lo sposo invece, Benjamin Laverhne, preoccupato per la riuscita del matrimonio più di qualunque sposina. La sua – Judith Chémla – confonde per un invitato un ex collega innamoratissimo di lei che invece lavora nel catering.

Nel corso della giornata succede di tuto: si ammala il musicista, prontamente sostituito da un tastierista che decanta ascendenze italiane e massacra Se bastasse una canzone (vedere il film in lingua originale aggiunge gusto a gusto). Si scontra continuamente con l’interessante caposala, che certamente non è una che le manda a dire. Attorno, due camerieri indiani che parlottano tra di loro e nessuno li capisce; il fotografo che s’incazza se gli invitati fanno le foto col telefonino e si procaccia le invitate grazie a Tinder; gli sguardi di desiderio che Bacri invia continuamente ad una sua sottoposta (si capirà solo alla fine).

C’est la vie – che in francese ha il ben più elegante titolo Le sens de la fête – è la riaffermazione della premiata ditta Éric Toledano e Olivier Nakache dopo Quasi amici: il film è stato un successo al botteghino francese, superando nel primo finesettimana di sala pure Blade Runner 2049. Successo ben giustificato: C’est la vie è tutto quello che il cinema italiano non è ma dovrebbe essere. E’ benissimo diretto e benissimo scritto. Ha un’invidiabile fotografia capace di lavorare con la luce anche nelle scene notturne. E’ aperto alle problematiche di oggi senza essere imbottito di cliché: il lavoro in nero, la crisi della fotografia. E’ contemporaneo senza necessariamente essere di denuncia (il nostro genere preferito). E’ intelligente ma non spocchioso, e diverte pure parecchio. Si imponga pertanto la visione a tutti i presunti cineasti italiani.

Francesca Sordini


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Francesca Sordini

 
Da piccola ho voluto fare, nell'ordine, la cavallerizza, la pittrice e la ballerina. Tutti mestieri sottopagati, esattamente come lo è fare il giornalista. Mestiere che non mi piaceva, mentre a mia nonna sì. Andò a finire che nonna ci aveva visto più lungo di tutti.