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Pubblicato il 13/02/2017 da Anna Pennella in , ,
 
 

La recensione di Elle: ritratto di donna neo-hitcockiana

Elle è un film del 2016 diretto da Paul Verhoeven con Isabelle Huppert, Christian Berkel, Anne Consigny, Virginie Efira, Charles Berling, Laurent Lafitte, Vimala Pons, Jonas Bloquet, il film uscirà in Italia il 23 marzo 2017.
Isabelle Huppert è in nomination agli Academy Awards 2017 come Miglior Attrice Protagonista.
Donna d’affari formidabile e leader di una rispettata società di videogiochi, Michèle vede la sua vita cambiata quando un uomo mascherato entra nella sua casa e la violenta. Credendo di poter tenere tutto sotto controllo, Michèle crolla invece in una sorta di paranoia. Dorme con una pistola sotto il cuscino, sente rumori sinistri e soprattutto inizia a sospettare del suo entourage e del suo personale che inizia a far spiare. Nessuno dei suoi amici sa nulla, ma poi un giorno, durante una cena, inizia a parlare..
Per iniziare in ordine d’apparizione sullo schermo, c’è un gatto. Un bel gatto in primo piano, dall’aria interessata, se non divertita. Il gatto assiste tranquillamente all’aggressione e allo stupro della sua proprietaria. Ironia, ferocia, raffinatezza: il tono del film è stato definito. Nulla accade banalmente in questo thriller graffiante. Un po’ come il suo gatto, la protagonista non reagisce mai a quello che le succede. E lo spettatore, più apprende notizie di lei, meno la capisce.
Elle” si chiama Michèle, vive sola in una bella casa nella periferia parigina. Con autorità, Michèle dirige una casa che produce videogiochi di successo. Con la stessa tenacia, la donna domina sul suo ex-marito bohème, sul figlio adulto ma ancora immaturo e su una madre capricciosa. Ma anche su un amante di cui è socio. Quanto al padre di Michèle, lui ha commesso l’irreparabile alcuni decenni prima: una carneficina senza preavviso, ventisette omicidi in rapida successione nel suo quartiere, prima di ritrovare sua figlia preadolescente, a casa, e di appiccare, con il suo aiuto, un grande incendio in attesa dell’arrivo della polizia. Una foto di lei è stata scattata di quel momento: « Le regard vide que j’ai là-dessus, c’est terrifiant (lo sguardo vuoto che ho in quella foto è terrificante)», commenta a posteriori la donna con un distacco sconcertante.
 
Nel romanzo di Philippe Djian, Oh…,  da cui il film ha preso ispirazione, Michèle è la narratrice, lei racconta e si racconta. Paul Verhoeven ha invece bannato la voice off: ne consegue perciò che l’eroina non ha la possibilità di accedere alla sua interiorità. I pezzi del puzzle non si assemblano forzatamente. E ancora più che il libro, il film si concentra sull’insondabile. Sulla frontiera tenue che separa l’innocenza della colpevolezza, e la normalità della follia. Ma, come con Djian, la paura si avvicina come una sorta di assurdità ludica, e tonica. Michèle ordina del sushi subito dopo essere stata violentata, invece di chiamare la polizia. E più tardi Michèle inizia una relazione sadomaso ancora più torbida con il suo vicino di casa.
Un regista che è passato per l’avanguardia degli anni’70, per Hollywood con successo (Total Recall) e che ora abbia lavorato per la prima volta in Francia, realizza un film dallo stile detonante.
Elle ha la suspense all’americana, néo-hitcockiana, dove il dubbio sovrasta sull’identità del violentatore e sulla possibilità che possano esserci nuove aggressioni. Il gusto di Verhoeven per la provocazione e la trasgressione accentua la crudezza delle situazioni e la crudeltà dei rapporti tra i personaggi, delle parole e delle azioni confuse. Il tutto con un riso costante tra le righe che ricorda molto bene la misantropia felice di Claude Chabrol.
Il regista manifesta una rinata ingenuità degli attori francesi, da Charles Berling a Judith Magre, così familiari per il cinema francese, ma che lui riscopre con uno stile personale. Tra il cast dei personaggi secondari, Laurent Lafitte e Virginie Efira raramente sono stati così ben distribuiti e diretti, lui nel ruolo di tradire l’anima tormentata, e lei una credente, con il cuore sulla mano.

Il caso di Isabelle Huppert è a parte. Se Philippe Djian aveva detto di aver pensato a lei mentre scriveva il suo romanzo, il film era stato previsto negli Stati Uniti con altre possibili attrici (Rosamund Pike non sarebbe stata affatto male..). Non si poteva comunque prevedere altra attrice che potesse reggere il ruolo con queste ambiguità e con la sua amoralità, così come la solitudine e la solidità. L’incarnazione è così totale che contamina, secondo le pieghe dello script, molti dei personaggi anteriori: la donna potente, con telefono avvitato all’orecchio di L’Ivresse du pouvoir; la donna malata in stampelle di Abus de Faiblesse o la nevrotica sessuale de La Pianista. Si tratta di una raccolta di ritratti di donne che stordisce, come un best of di tutti i registri dell’attrice con la A maiuscola. Ma anche, attraverso Elle, sopravvissuta da un’apocalisse famigliare, il film è un omaggio alle donne, molto più combattive, astute e resilienti degli uomini, in questo gioco del massacro. Isabelle Huppert vista da Verhoeven, per citare il periodo hollywoodiano del regista, si situa a metà tra la velenosa Sharone Stone di Basic Instinct e l’indistruttibile Robocop. 

Anna Pennella


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La Redazione