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Pubblicato il 31/08/2017 da La Redazione in , ,
 
 

La Recensione di Dunkirk: la guerra di Nolan

Dunkirk: la recensione del film diretto da Christopher Nolan con Cillian Mur, Cillian Murphy, Harry Styles, Kenneth Branagh, Mark Rylance e Tom Hardy.
La pellicola arriverà nei nostri cinema dal 31 agosto.
Leggi la scheda e guarda il trailer .

La battaglia di Dunkerque, in inglese Dunkirk, ebbe luogo tra il 26 maggio ed il 30 giugno del 1940 e vide la miracolosa evacuazione – nota anche come “Operazione Dynamo” – di oltre 400.000 soldati alleati, pressati dalle truppe tedesche nella cittadina all’estremo nord della Francia e stretti da un braccio di mare che li separava da un’Inghilterra mai così lontana.

Christopher Nolan ambienta il racconto in tre unità di tempo: una settimana, un giorno, un’ora; ed in tre unità di luogo, rispettivamente: terra, mare ed aria. Se contiamo anche il Fuoco della guerra, il secondo conflitto mondiale, che divampa in Europa abbiamo i quattro elementi.

A terra troviamo Tommy (Fionn Whitehead) e Gibson (Aneurin Barnard), fanti che tenteranno in ogni modo di riuscire ad imbarcarsi verso la salvezza. In mare conosciamo Mr. Dawson (Mark Rylance) che col suo peschereccio verrà dall’Inghilterra insieme a suo figlio minore per aiutare e rendere omaggio alla memoria di suo figlio maggiore caduto in battaglia. In aria seguiamo le acrobazie ed i combattimenti di Farrier (Tom Hardy) e Collins (Jack Lowden), intenti a proteggere dall’alto dei loro aerei le operazioni in mare ed in terra.

A Nolan mancava il genere “war-movie” per consacrarsi, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, erede a tutti gli effetti di sua maestà Stanley Kubrick. Dopo aver sfiorato il maestro con il mastodontico Interstellar, l’epica nolaniana tocca il suo apice proprio con l’epica bellica.
E la reinventa.

Il regista di Memento è inglese e potrebbe essere tacciato di patriottismo nella narrazione e nella rappresentazione degli eventi, ma, ad oltre settant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, è un peccato veniale minimo che possiamo perdonargli. Un peccato veniale che cade e cede sotto i colpi di un racconto magnificamente costruito, con la genialità dei tre piani temporali che finiranno per sovrapporsi con un effetto drammaturgico esplosivo, si perdoni il gioco di parole, e di una tensione incessante che si interrompe solo di fronte a squarci di speranza per i poveri soldati intrappolati a Dunkirk/Dunkerque per poi riprendere più massiccia e inquietante di prima. Di tutto sono coautori innegabili anche il direttore della fotografia Hoyte Van Hoytema ed il montatore Lee Smith, già suoi collaboratori.

Proviamo empatia e compassione nei confronti dei numerosi personaggi che incontreremo, sprovvedute reclute, ambiziosi generali o spavaldi civili che siano, così come abbiamo fatto con gli altri eroi nolaniani, dai folli prestigiatori di The Prestige al Cavaliere Oscuro, dal sognatore stratificato di Inception fino al Cooper di Interstellar, tutti sognatori tesi ad inseguire un sogno dalle molteplici sfaccettature, ma in realtà molto semplice come la voglia di (soprav)vivere. Il film pone così tanta attenzione all’Essere Umano, da sembrare addirittura ambientato più nella Prima Guerra Mondiale che nella Seconda, poiché le “tecnologie” in confronto contano troppo poco. Anche i tedeschi sono solo delle ombre, quasi degli spettri da combattere, forse meno reali di quanto purtroppo sono stati, proprio perché i veri fantasmi di ognuno di noi risiedono proprio nelle nostre teste.

Relativamente breve nei suoi 106 minuti (è il più corto di Nolan dopo Following) – o comunque sotto le due ore – come molti dei film bellici di Kubrick ambientati in epoca contemporanea, Dunkirk ancora una volta si pone a metà strada tra il blockbuster ed il film d’autore, destinato quindi a scontentare chi non accetti mezze misure.

Per tutti gli altri l’ultima pellicola di Christopher Nolan ricorda opere dei primi del secolo per le scene di massa (Intolerance, Aurora, Rapacità) e film quali Un condannato a morte è fuggito, Diario di un ladro, Salvate il soldato Ryan per la costruzione della tensione e (non a caso) Orizzonti di gloria, oltre a certe battaglie sanguinosamente messe in scena nel curioso Professione: Pericolo di Richard Rush, forse perché vorremmo svegliarci al più presto dall’incubo, anche se sappiamo che ora, per fortuna, è solo finzione.

Non manca nemmeno la poesia, come ad esempio nella scena finale in cui Tom Hardy/Farrier, ormai senza carburante, vola col suo aereo sulle linee nemiche, evocando immagini liriche come quelle del brano “Pilota di guerra” di Francesco De Gregori e dell’Antoine De Saint-Exupéry che lo ispirò.

Paolo Dallimonti


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