Breaking news
 

 
0
Pubblicato il 29/01/2018 da Gabriele di Grazia in ,
 
 

Country for Old Men, le paure degli americani in un documentario originale e inquietante

La Recensione di Country for Old Men, l’opera prima di Stefano Cravero e Pietro Jona. Presentato in concorso nella sezione “Premio Corso Salani” della 29esima edizione del Trieste Film Festival.

Cotacachi è una piccola cittadina dell’Ecuador il cui orizzonte è circondato dalle montagne e le cui vie sono polverose e percorse da cani randagi. La caratteristica di questa località sperduta nelle Ande è che ci sono tanti cittadini americani anziani che vi si sono trasferiti per vivere il resto dei loro giorni in condizioni economiche migliori di quelle che il loro paese d’origine offriva loro.
La sola pensione, infatti, non bastava a mantenere un certo agio, e così l’idea di trasferirsi in Sud America è sembrata l’unica davvero capace di venire incontro alle loro necessità: con pochi soldi a Cotacachi si vive senza alcuna preoccupazione per il futuro, in case confortevoli ricavate da abitazioni precedenti o costruite da zero in luoghi dall’aspetto selvaggio ma a pochi chilometri dalla civiltà.
I registi Stefano Cravero e Pietro Jona indagano con la loro macchia da presa la realtà che si è venuta a sviluppare a Cotacachi raccontandola attraverso gli occhi e le voci di alcuni degli americani ormai residenti nella cittadina ecuadoregna mettendo bene in relazione il loro stile di vita con quello ben diverso dei nativi americani. Cosa è cambiato rispetto alla vita che svolgevano prima negli Stati Uniti?
Sono riusciti a trovare quell’idillio a cui anelavano?

L’epoca dei cowboy sembra non essere terminata per una parte del popolo statunitense che ancora cerca un luogo lontano da colonizzare, dove vivere in pace nel proprio ranch al limitare dei confini abitati dai nativi americani dal linguaggio incomprensibile e la carnagione più scura.
Sembrerebbe un documentario storico, quello di Cravero e Jona, se non fosse che parla del presente, di un momento storico ben preciso della storia americana che ancora non ha smesso di fare i conti con la paura del diverso, la diffusione delle armi e la disoccupazione.
Il linguaggio del documentario sembra perfetto per il tipo di tematica che si vuole affrontare. I registi infatti non fanno altro che filmare in modo del tutto neutro e senza intervenire ciò che hanno di fronte, dalla vita quotidiana dei pensionati colonizzatori di Cotacachi ai loro discorsi di rinascita incentrati su una felicità un tempo irraggiungibile e che ora sembra loro a portata di mano.
Come dei moderni protagonisti del Decameron, i soggetti intervistati sembrano avulsi dalla realtà, padroni nel loro spazio domestico elevato a fortezza dietro le cui mura possono difendersi dalle brutture del mondo come la violenza, la povertà e la morte.

Questi rifugiati economici che raramente interloquiscono col vicino di casa, che non parlano una parola della lingua ispanica locale e che preferiscono di gran lunga guardare lo sport in tv che passeggiare o viaggiare sono esatti replicanti degli americani rimasti negli U.S.A., soggetti critici nei confronti di un mondo che si sono lasciati alle spalle solo per ricostruirlo altrove.
Per questo Country for Old Men è un film ambientato in America del Sud ma che parla dell’America del Nord, un’indagine inquietante sulla realtà americana attuale e sulla ricerca ostinata di una felicità che forse non può essere raggiunta se non dentro noi stessi.
Tra i protagonisti del documentario c’è chi affida a Dio le proprie preghiere di ringraziamento sentendosi un prescelto per la salvezza e chi invece incentra la propria esistenza sulla sicurezza economica.
Quest’alternanza tra sacro e profano caratterizza l’opera colorandola di toni quasi grotteschi, mentre fuori dalle mura domestiche l’apocalisse planetaria incombe nelle parole degli intervistati che di tornare a vivere nel mondo in mezzo agli altri non ne vogliono più sapere. Sullo sfondo poi ci sono loro, i nativi americani che sembrano più umani dei coloni.
Loro che di denaro non parlano, che non alzano muri per proteggersi dai pericoli esterni e che di armi da fuoco non ne comprano al negozio sotto casa. Le loro voci inascoltate rompono il silenzio e gridano un ritorno ad un’umanità che ormai sembra perduta.

Gabriele di Grazia


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>
*

This blog is kept spam free by WP-SpamFree.

Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…