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Pubblicato il 30/01/2018 da Gabriele di Grazia in
 
 

Country for Old Men, intervista ai registi Pietro Jona e Stefano Cravero

Abbiamo intervistato Pietro Jona e Stefano Cravero, registi di Country for Old Men, documentario molto interessante e originale, presentato in concorso nella sezione “Premio Corso Salani” della 29esima edizione del Trieste Film Festival, che segue la vita di alcuni pensionati americani che si sono trasferiti a Cotacachi, una piccola cittadina dell’Ecuador il cui orizzonte è circondato dalle montagne e le cui vie sono polverose e percorse da cani randagi, per vivere gli ultimi giorni della loro vita in condizioni economiche migliori di quelle che il loro paese d’origine offriva loro. Sicuri di aver trovato la felicità in Sud America questi nuovi coloni sembrano, però, non voler tagliare del tutto il cordone ombelicale che li lega agli Stati Uniti: incapaci di socializzare coi nativi ecuadoregni e poco propensi ad imparare la lingua spagnola, i pensionati yankee amano starsene rinchiusi nelle loro mura mangiando pollo fritto davanti alla tv che trasmette le partite di baseball, al sicuro da tutto e da tutti. I registi si sono offerti di rispondere ad alcune nostre domande illustrandoci le ragioni alla base del loro lavoro.

Come nasce l’idea di raccontare una storia incentrata su alcuni statunitensi che decidono di abbandonare il loro paese? Qual è stato il percorso creativo che ha portato a questo film?

Un’amica di Pietro che viveva a Cotacachi per lavoro gli ha raccontato che la città era piena di pensionati americani e lo ha invitato ad andare a vedere di persona la situazione. Dopo un primo viaggio di studio con telecamera fatto da Pietro ci siamo resi conto che avevamo per le mani un materiale già interessante, dei personaggi veri ed un contesto molto particolare che valeva la pena provare a raccontare. Abbiamo proposto il progetto alla Graffiti Doc e con il loro sostegno siamo riusciti ad avere i fondi e il supporto necessari per portare a termine il film con una lavorazione durata complessivamente quasi tre anni e con due ulteriori viaggi. Quel che ci ha colpito fin da subito è stato il fatto che i pensionati americani di Cotacachi rappresentavano un inedito aspetto della crisi globale del modello capitalista, essendo loro dei migranti appartenenti alla classe media e non ai ceti più poveri ed emarginati della società.

Country for Old Men è una sorta di Decameron in cui i protagonisti intervistati vivono nella bambagia al riparo dalla violenza che vi è nel mondo esterno. È potente anche la critica ad un’America che ancora non riesce a contrastare un così diffuso uso delle armi da fuoco. Col governo Trump come pensate si evolverà la situazione negli U.S.A?

Difficile dirlo. Il popolo dei pensionati gringo di Cotacachi rappresenta in piccolo la società americana in tutti i suoi aspetti, dunque le tendenze politiche sono piuttosto variegate: si va dagli esponenti del tea party ai democratici più radicali che non sopportano il dilagare delle armi, anche se nella media la categoria più rappresentata è quella dei repubblicani conservatori moderati. Quando abbiamo girato il film Trump non era ancora presidente ma già si parlava della sua possibile candidatura alle primarie repubblicane. Le sue posizioni più estreme e populiste venivano apprezzate nell’ambito della campagna elettorale e non ancora a livello di politica reale. La nostra impressione è che lo scontento che ha mosso tanti pensionati a ricercare situazioni di vita più serene all’estero fosse prima di tutto dettato da una preoccupazione di natura economica: il costo eccessivo della sanità per esempio. E su questo fronte non ci pare che Trump stia andando in una direzione risolutiva.

Il vostro è un film ambientato in Sud America ma che parla in realtà del Nord America. Perché negli U.S.A. c’è ancora così paura dell’altro? Quali sono i motivi scatenanti di questa paura?

Noi crediamo che la paura dell’altro sia un sentimento tipico di tutte le società in cui vigono un’ideologia fortemente individualista e una cultura ipercompetitiva che pone il benessere economico al vertice della scala dei suoi valori. Ora stiamo parlando di Stati Uniti d’America ma sappiamo bene come e quanto sia diffusa la paura anche qui in Europa, dove condividiamo gli stessi valori e di conseguenza gli stessi problemi. La diffidenza nei confronti dell’altro, ci sembra di poter dire, nella società occidentale o “capitalista” in genere, coincide con quella nei confronti di colui che è più povero di noi.

Il progressivo allargamento del divario nelle condizioni di vita tra ricchi e poveri e il drastico impoverimento della classe media, che per decenni è stata il pilastro fondante della società occidentale, stanno all’origine del disagio economico e sociale che generano la paura. Negli Stati Uniti poi, a peggiorare le cose c’è la diffusione a macchia d’olio delle armi da fuoco in tutte le fasce della popolazione.

È vero comunque che nel caso di alcuni dei protagonisti del nostro film l’atteggiamento di chiusura nei confronti degli altri ci è parsa quasi una caratteristica del loro codice genetico, una sorta di reminiscenza dei tempi della corsa all’ovest. Come per i coloni americani del diciannovesimo secolo il nemico potenziale era rappresentato dagli Indiani nativi in agguato ma anche dai connazionali accampati accanto a loro, per alcuni dei nostri la minaccia arriva dagli Ecuadoriani, sempre pronti a truffare e a sfruttare la loro posizione di forza, ma anche dagli altri gringo: quelli che sono arrivati prima di loro e hanno speculato, quelli che si comportano male e li mettono in cattiva luce, quelli che spendono troppo e fanno alzare i prezzi e così via.

Una delle donne americane intervistate riflette sul fatto che molti americani scontenti dell’aumento degli ispanici negli U.S.A. decidano di trasferirsi proprio in Ecuador. Come ve lo spiegate questo controsenso?

Forse la spiegazione di questo controsenso va ricercata nel background sociale e culturale della maggior parte dei gringos di Cotacachi. Non dimentichiamo che, tranne pochissime eccezioni, quasi nessuno dei nostri personaggi proviene dalle grandi città delle coste. Le loro zone di provenienza sono il Midwest e gli stati della Corn Belt, e il sud. Insomma stati dall’economia a vocazione agricola che sono stati particolarmente colpiti dalla crisi, politicamente conservatori e culturalmente piuttosto retrogradi. Ma anche in questo caso lo sguardo su può scostare dagli Stati Uniti e spostare sul resto del mondo: pensiamo a quante persone che in Italia incolpano gli immigrati africani di rubare loro il lavoro e di avere rovinato l’economia si ritrovano a fare la bella vita da pensionati in Kenya o in Senegal.

Tutti gli americani intervistati a Cotacachi sembrano ripetere la vita da yankee che hanno deciso di abbandonare lasciandosi alle spalle il loro paese di origine. Sembra quasi che la felicità da loro ricercata altrove sia in realtà solo una chimera. È proprio così?

Quasi. Quel che abbiamo potuto constatare dalla nostra esperienza a Cotacachi è che chi ha cercato in tutti i modi di mantenere o di aumentare il proprio tenore di vita di partenza, pur non ammettendolo apertamente, non ha trovato alcun tipo di felicità ma vive invece di malinconia e di frustrazione. Ma ci sono anche personaggi che sono riusciti invece a trovare una loro dimensione, una loro forma d’integrazione, anche se molto leggera, che sono stati in grado di cambiare e di adattarsi alla nuova vita. E questi personaggi ci sembrano molto più sinceri quando dicono di essere felici.

Il tassista sudamericano è l’unico vero punto di congiunzione tra il mondo dei nativi e quello degli americani che sono giunti a Cotacachi in cerca della tranquillità economica e spirituale che negli U.S.A. non avevano. L’uomo sembra l’unico veramente in pace con se stesso e lontano dalla logica del denaro che sembra muoveremolti degli americani intervistati. C’è davvero il capitalismo alla base della perenne insoddisfazione dell’uomo occidentale che è costretto ogni volta a spingersi verso la frontiera per trovare la propria pace interiore?

A noi sembrerebbe di sì. Il vero problema è quali sono gli “standard di felicità”, i modelli ai quali ciascuno di noi si riferisce. La maggior parte dei gringos si è trasferita in Equador perché ha capito che invecchiando negli Stati Uniti non sarebbe più stata in grado di mantenere il proprio tenore di vita. E il tassista Freddie, alla ricerca dello stesso benessere, è emigrato clandestinamente in Florida, dove si è spezzato la schiena lavorando nei cantieri dei grandi hotel per pensionati per inviare denaro alla famiglia.

Ora Freddie è tornato a Cotacachi, se la passa bene e in fondo è contento,ha raggiunto il benessere economico proprio attraverso un meccanismo tipicamente capitalista: ha sfruttato la propria conoscenza della lingua inglese per costruire un’attività che guadagna grazie ai pensionati gringo. Freddie e i gringo sono poi davvero così diversi? Forse rappresentano, drammaticamente, due facce della stessa medaglia.

Gabriele di Grazia


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…