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Pubblicato il 25/01/2018 da Gabriele di Grazia in , ,
 
 

Chiamami col tuo nome, il capolavoro di Luca Guadagnino

La Recensione di Chiamami col tuo nome, il nuovo film di Luca Guadagnino. Con Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar e Esther Garrel. Dal 25 gennaio al cinema.

L’estate del 1983 non sarà un’estate come le altre per Elio Perlman (Timothée Chalamet), un diciassettenne italoamericano di origine ebraica appassionato musicista di pianoforte che come ogni anno passa le vacanze nella villa di famiglia circondata dalle campagne tra Brescia e Bergamo.
Le giornate sembrano passare tranquille per il ragazzo, tra bagni in piscina, corse in bicicletta, baci rubati alla fidanzata del momento e partite a pallavolo, ma quando entra in scena Oliver (Armie Hammer), un giovane e affascinante studente universitario arrivato dagli Stati Uniti per aiutare il padre di Elio professore di archeologia, la vita del protagonista prende una svolta inaspettata. Tra i due nasce subito qualcosa, una sorta di interesse reciproco che si trasforma presto in un sentimento profondo e difficile da spiegare per entrambi.
Quando la curiosità si trasforma in passione irrefrenabile, Elio capisce che ciò che prova per Oliver è puro amore e che tutto ciò che ha fatto parte della sua vita fino ad allora ora assume contorni e sfumature del tutto nuove. Mentre le musicassette scandiscono le giornate di Elio con i suoni magici degli anni 80 il momento della partenza di Oliver si avvicina, e per i due sarà difficile dirsi addio.

Considerato uno dei dieci migliori film dell’anno dall’American Film Institute, candidato a 3 Golden Globe nelle categorie miglior film drammatico, miglior attore in un film drammatico a Timothée Chalamet e miglior attore non protagonista a Armie Hammer, e candidato a 4 premi Oscar nelle categorie miglior film, miglior attore a Timothée Chalamet, migliore sceneggiatura non originale e miglior canzone per Mystery of Love, il nuovo film di Luca Guadagnino, regista immeritatamente snobbato in Italia da quel discusso Melissa P. del 2005 (ma siamo certi che il vento stia per cambiare), è sicuramente la piacevole sorpresa di questo inizio 2018 all’insegna del cinema d’autore.
Tratta dal romanzo omonimo di André Aciman, l’opera si potrebbe definire come un vero e proprio poemetto dedicato all’Amore su pellicola che riesce nell’impresa, caso rarissimo nell’intera storia del cinema, di far percepire allo spettatore ben chiare e tangibili le atmosfere e le sensazioni provocate da uno dei sentimenti umani più affascinanti e misteriosi di sempre: l’innamoramento.
Complice, va detto, una colonna sonora anni 80 che trae da un repertorio vastissimo di canzoni indimenticabili alcuni brani che si sposano alla perfezione con le immagini ricreando un clima coinvolgente e squisitamente vintage.

È difficile, se non raro, trovare film in cui i vari aspetti, dalla regia alla fotografia, dalla sceneggiatura alla scelta del cast, comunichino tra loro in modo così armonioso da rasentare la perfezione. È il caso, senza alcun dubbio, dell’opera di Guadagnino, una vera e propria esperienza visiva che scuote nel profondo dell’animo lasciando senza parole e disarmati.
Raccontando la storia con gli occhi di Elio, un incredibile Timothée Chalamet già visto nel fantascientifico Interstellar, nel recente western Hostiles – Ostili e nell’acclamata commedia drammatica Lady Bird, il regista ci accompagna all’interno delle dinamiche amorose di due individui che si trovano forse per la prima volta a provare un sentimento così sconvolgente da ribaltare tutte le loro certezze.
Andando oltre un discorso sui generi e curando poco gli aspetti legati all’accettazione di sé stessi come qualcosa di “diverso” dagli altri, l’opera parla di amore puro, della scoperta e del cambiamento, della consapevolezza del dolore come tappa fondamentale del percorso personale della vita di ognuno. Ma soprattutto tratta della concezione universale di Bello: dall’architettura classicheggiante della villa di famiglia immersa in un contesto agreste al riaffiorare delle statue dagli abissi del tempo, dalle disquisizioni tra il professore e lo studente sull’origine delle parole al viso efebico di Elio fino alla scoperta delle statue, tutto richiama ad una concezione ideale di bellezza.
Ed è proprio il raggiungimento di una bellezza stilistica che avvolge l’intero film a farne un capolavoro imperdibile.
Da vedere assolutamente in lingua originale per poter godere appieno della musicalità data dall’alternarsi continuo delle diverse lingue parlate dagli interpreti (italiano, inglese e francese).

Gabriele di Grazia


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…