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Pubblicato il 06/01/2018 da Gabriele di Grazia in ,
 
 

Benedetta follia, l’esilarante e atteso ritorno di Carlo Verdone

Recensione di Benedetta follia, la nuova commedia di e con Carlo Verdone e con Ilenia Pastorelli, Maria Pia Calzone e Lucrezia Lante Della Rovere. Dall’11 gennaio nei cinema.

Guglielmo (Carlo Verdone) è il proprietario di un negozio di articoli religiosi e alta moda per vescovi e cardinali. Devoto alla moglie con cui è sposato da 25 anni, sente il mondo crollargli addosso quando un giorno la sua Lidia (Lucrezia Lante Della Rovere) decide di mollarlo proprio il giorno del loro anniversario. Rimasto senza certezze Guglielmo vede la sua vita stravolta ulteriormente dall’arrivo di Luna (Ilenia Pastorelli), una ragazza semplice e schietta che chiede di assumerla nel suo negozio. La giovane, figlia della borgata e ricercata da alcuni strozzini, lo travolgerà come un uragano portando nella sua quotidianità una vera ventata d’aria fresca. Guglielmo infatti accetterà di cambiare alcuni aspetti del suo carattere che lo tengono ancorato al passato aprendosi all’universo giovanile dei social: alla ricerca di una nuova anima gemella scoprirà che per essere felici non è mai troppo tardi. Dopo diverse vicissitudini le vite di Guglielmo e Luna avranno dei risvolti totalmente inaspettati e per entrambi niente sarà più lo stesso.

Dopo i non proprio riusciti Sotto una buona stella e L’abbiamo fatta grossa Verdone torna alla commedia brillante con Benedetta follia, un film divertente nella sua semplicità che ancora una volta parte da una situazione stramba per sviluppare una storia ricca di equivoci e composta di momenti ad alto tasso di ironia basati su gag riuscite che non annoiano mai, grazie soprattutto ad una buona sceneggiatura e ad un ritmo sincopato che riportano alla mente i vecchi film del regista romano. Se il Verdone attore rinuncia alla fisicità del suo personaggio in favore di una staticità “convenzionale”, a dare movimento all’intera vicenda è la Luna di Ilenia Pastorelli, magnifica e spontanea protagonista di Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, che con il suo modo di fare “coatto”, un vero passepartout della comicità, innesca un effetto domino che porta il protagonista dall’essere mero spettatore della storia all’esserne parte attiva e cosciente. È tra il comico romano e la giovane interprete, qui culturalmente e socialmente agli antipodi, che il pubblico ritrova i momenti migliori del film, quelli più naturali e memorabili che elevano la pellicola ben al di sopra delle ultime produzioni del regista.

Benedetta follia è un’opera in cui è molto forte la presenza femminile: dal personaggio della Pastorelli a quelli secondari di Maria Pia Calzone e Lucrezia Lante Della Rovere, arrivando fino alle brevi apparizioni di Paola Minaccioni e Francesca Manzini, protagonista di uno dei momenti più esilaranti del film, ciò che si percepisce chiaramente è che siano le donne il vero fulcro dell’intreccio narrativo, coloro che muovono i fili del racconto e che tracciano le parabole invisibili lungo le quali il nostro Guglielmo si spinge alla ricerca della propria felicità perduta. Nonostante la pellicola proceda ben oliata verso un finale atteso ma per niente scontato non la si può purtroppo dichiarare esente da momenti imbarazzanti che fanno storcere non poco il naso del pubblico in sala: Verdone che balla nella sequenza psichedelica del sogno tossico dopo la scena in discoteca sfiora il ridicolo e non giova al prosieguo del film che, anzi, è come se per un attimo fosse messo inspiegabilmente in stand-by per puro diletto degli sceneggiatori e del coreografo Luca Tommassini. Come se non bastasse l’effettistica è davvero scadente e alcuni tagli di montaggio infastidiscono per quanto netti ed evidenti, ma, se si passa sopra le innumerevoli brutture visive, ciò che resta è comunque un prodotto piacevole e leggero che non può che fare felici tutti coloro che seguono il lavoro dell’attore e regista romano sin dagli inizi in teatro. Dopo Benedetta follia nel futuro prossimo di Verdone sono previsti un altro lungometraggio e poi, forse, una serie tv. Che sia l’inizio di una nova fase creativa per il regista di Acqua e sapone e Borotalco?

Gabriele di Grazia


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Gabriele di Grazia

 
Classe 1985, sono da sempre appassionato di cinema, da quando i miei genitori mi portarono a tre anni a vedere L’ultimo imperatore di Bertolucci. Non che ricordi molto di quella mia esperienza in sala, tra l’altro i miei mi ci portarono perché quel giorno non sapevano a chi lasciarmi, però il sapere di aver messo per la prima volta piede in un cinema per assistere proprio ad un film di Bertolucci ha sempre suscitato in me un forte motivo d’orgoglio (finché Bertolucci non si rifiutò di autografare la mia copia DVD de L’ultimo imperatore). Cresciuto a pane e videocassette, amante del cinema fantastico di Spielberg, Lucas e Zemeckis, a cinque anni mi innamorai perdutamente di Jessica Rabbit e passai tutte le elementari e le medie sognando di essere Marty McFly. Sicuramente il LunEur ha contribuito molto allo sviluppo della mia immaginazione con i suoi scenari e pupazzi alla Goonies, e credo che non sarei lo stesso se non avessi frequentato quel posto favoloso e gotico (e pericoloso) sin dalla tenera età. Coi miei amici abbiamo cominciato a girare cortometraggi a quindici anni e non abbiamo più smesso. Ancora oggi coltivo la passione per il doppiaggio, la recitazione, la sceneggiatura e la scrittura di articoli riguardanti il cinema. Altri interessi: la lettura, il disegno, la musica pop rock che va dagli anni 50 agli anni 80 e i dinosauri. Ma queste sono altre storie…